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La croce gammata nell’archeologia cristiana
Abbiamo letto con sommo interesse il booklet di W. Norman Brown, The Swastika. A study of the nazi claims of its aryan origin, New York, Emerson Books Inc., 1933 sul simbolismo della svastica e sui risvolti di natura ermeneutica che ebbe nella Germania nazionalsocialista. Nella disamina delle origini, dello sviluppo e della diffusione dell’immagine in questione, l’autore, già professore di sanscrito presso l’Università della Pennsylvania, contesta, a ragione, l’errata interpretazione che il Nazionalsocialismo le volle attribuire come simbolo di genesi indoeuropea peculiare dei popoli ariani, associandolo allo stesso tempo al concetto di purezza razziale.
Un’esegesi, quella nazionalsocialista, smentita dalla ricerca scientifica e dalle scoperte archeologiche e palesemente inquinata da motivazioni di natura politico-ideologica. Gli studi sul simbolo della croce in generale, compreso ovviamente quello dello Swastika, detto anche croce uncinata o croce gammata (quest’ultima denominazione derivante dalla forma a gamma maiuscola dei quattro bracci orientati ora a destra ora a sinistra) e, nella trascrizione italiana, meglio conosciuto col termine femminile svastica, hanno avuto notevoli sviluppi a partire dall’apparizione della nota Encyclopaedia of Religion and Ethics, pubblicata ad Edimburgo nel 1911i. Il recente convegno sulla Croce tenutosi a Napoli nel 1999 ha egregiamente riassunto lo status quaestionis con una serie di interessanti interventi dei principali studiosi, pubblicati nel 2007 negli atti (ai quali si rimanda il lettore), che hanno analizzato il simbolo della croce nei diversi contesti culturali, fornendo altresì un’esauriente bibliografia aggiornataii. È ormai acquisito da tempo che il segno gammato compare già nel IV millennio a.C. nelle culture preindoeuropee dell’Anatolia e della Mesopotamia, nonché a Creta e a Troia, e vastissima risulta essere l’area geografica e culturale di diffusione (Europa, India, Cina e Tibet, Giappone e persino nel continente americano). Primigenio emblema solare (la sua iconografia la fa apparire come una sorta di ruota in movimento), come d’altra parte molti altri segni a forma di croce riscontrabili nelle civiltà preistoricheiii, la svastica assunse poi un’ampia varietà di significati di natura profilattica, apotropaica e beneauguranteiv.
Tornando all’analisi del saggio in questione, vediamo invece cosa non convince dell’interpretazione del Brown alla luce dell’archeologia. Citando il pensiero da lui attribuito ad Adolf Hitler in persona e ad altri leader nazionalsocialisti che asserivano che la svastica fosse stata utilizzata anche dai cristiani delle origini, Brown confuta tale tesi affermando testualmente: “They [Adolf Hitler e i gerarchi nazionalsocialisti] hold, too, that the Swastika had a special usage in early Christianity; and this claim is equally baseless” (p. 5). Dunque, nessuna corrispondenza, secondo l’opinione dello studioso americano, tra questo segno millenario e il suo uso, fuori dell’ordinario, in ambito paleocristiano. Una obiezione reiterata almeno un paio di volte nell’ambito del pamphlet, come nel caso del paragrafo relativo ai popoli che hanno ignorato tale simbologia (qui troviamo, tra l’altro, anche l’enunciazione dell’assenza di tale simbolo sia in Assiria che in Palestina, anche se accompagnata da un onesto “as far as I know”, p. 26) da lui concluso con la prudente affermazione che la svastica era probabilmente sconosciuta ai cristiani dei primi secoli (“Early christianity seems not to have known it”, p. 26). O ancora quando nelle conclusioni torna sull’argomento sostenendo, non senza un pizzico di contraddizione rispetto a quanto affermato in precedenza e con grande genericità, che la stessa non ebbe gran rilievo nel simbolismo cristiano, in cui tale evento non solo sarebbe accidentale ma anche tardo (“But it has held no great value in christian symbolism, where its occurrence is only incidental and relatively late, not primary”, p. 29).
Emerge chiaramente come le asserzioni dell’accademico statunitense, pur se attenuate dagli incisi “sembra” o “per quanto ne so”, o addirittura parzialmente ritrattate con una timida ammissione di “uso accidentale”, non tengano conto, forse perché a lui sconosciute, delle testimonianze materiali restituiteci a tale riguardo dall’archeologia cristiana, a partire dagli studi e dalle ricerche scientifiche del grande archeologo Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), padre dell’archeologia cristiana. L’epigrafia e l’arte funeraria paleocristiane documentano, senza ombra di dubbio, che il simbolo della svastica era, viceversa, conosciuto e utilizzato, anche se in modo circoscritto e non sistematico, dalle prime comunità cristiane. A questo proposito le raccolte delle iscrizioni paleocristiane di Roma, che formano il corpus delle Inscriptiones Christianae Urbis Romae septimo saeculo antiquiores (=ICUR), monumentale opera iniziata dal de Rossi e ripresa da Angelo Silvagni nel 1922 (la collana è giunta al X volume pubblicato nel 1992, mentre un XI volume è in preparazione), attestano che nell’Urbe tale iconografia ebbe il suo maggiore utilizzo.
Allo stesso tempo figure di svastiche appaiono, seppur sporadicamente, anche sulla ceramica, nella pittura e nella scultura funeraria paleocristiana (gli esempi che citeremo al di fuori di Roma sono semplicemente indicativi, perché l’indagine andrebbe accuratamente estesa a tutto l’orbis christianus antiquus). Non pretendiamo, ovviamente, di esaurire l’argomento in queste poche righe; è nostra intenzione fornire soltanto alcune linee guida nell’ambito dell’archeologia cristiana.
Da segno solare e beneaugurante delle culture precristiane a simbolo “potenziato” nel contesto della nuova fede - così come avviene, tra l’altro, per altre figure di croci dissimulate (la croce ansata - il famoso ankh egizio – la croce a Tau, oppure la figura stessa dell’ancora) utilizzate dall’arte cristiana primitiva -, ma anche più semplicemente, a seconda dei contesti, motivo decorativo con una millenaria tradizione alle spalle, la svastica o croce gammata campeggia dipinta o graffita sulle lastre fittili e marmoree dei sepolcri, nonché sugli intonaci e sulla calce di chiusura dei loculi dei più importanti cimiteri comunitari cristiani di Roma. Il simbolo della croce cristiana, la cui evoluzione iconografica ha per taluni aspetti un percorso indipendente dalla rappresentazione realistica della crocifissionev, si carica di valenze pregnanti nell’ambito del mistero della salvezza e della redenzione, assumendo altresì un significato cosmico: non più strumento patibolare e simbolo di ignominia ma signum victoriae, verosimilmente allusivo alla crux invicta, alla crux gloriosa, alla croce di salvezza, all’albero di vita, secondo l’esegesi patristica dei secoli II-IIIvi. E se tali valori, assunti in molti contesti e circostanze anche dall’iconografia della croce uncinata, in virtù della sua assimilazione alla croce cristiana, ne “accrescono” il significato in chiave cristiana, un suo ulteriore “potenziamento”, considerando lo stretto legame del segno gammato con il culto del Sole, lo potremmo riscontrare, ad esempio, nella “cristianizzazione” del Sole stesso, visto ora nell’accezione del Cristo-Helios, che già nel III secolo fece la sua apparizione nel celebre splendido mosaico del mausoleo dei Giulii nella necropoli vaticanavii.
Dunque, come si accennava in precedenza, è l’epigrafia funeraria dei più significativi cimiteri comunitari romani (S. Callisto, Domitilla, Calepodio, Pretestato, SS. Marcellino e Pietro, Ciriaca o S. Lorenzo, S. Agnese, cimitero Maggiore, Priscilla, Trasone, cimitero dei Giordani, Panfilo, Bassilla o S. Ermeteviii) che annovera il maggior numero di figure di croci gammate rappresentate da sole od associate ad altri simboli cristiani. In molti casi tali iconografie completano i testi funerari, pervenutici sfortunatamente in massima parte lacunosi per la frammentarietà dei monumenti. Tra la messe di figure solitarie di croci uncinate, dipinte in rosso, incise o graffiteix, si segnalano in particolare due iscrizioni: la prima proveniente dall’area cimiteriale tra l’Appia e l’Ardeatina (ICUR IV, 12775), dove la figura della svastica, che ingloba le lettere t-o-i-a, sembra formare una sorta di acrostico, sciolto in totila (il gamma discendente destro a formare la lettera l), verosimilmente il nome del defunto. La seconda, incisa al centro di una lastra marmorea nella cd. Cripta di S. Emerenziana del cimitero Maggiore sulla Via Nomentana, chiude il loculo di un infante. In questo caso, come commenta anche il curatore del volume, è chiara l’allusione alla croce di Cristo (“nullus dubito quin signo eiusmodi in media tabula solitario insculpto crux Christi significari voluerit” ICUR VIII, 22921). Una menzione a parte meritano invece due sepolcri recanti una teoria di svastiche dipinte che risaltano sull’intonaco bianco dei loculi: uno è quello della catacomba dei Giordanix; l’altro si trova nella galleria 17, detta di Gorgonia, nel cimitero di Panfilo sulla Salaria Vetus (ICUR X, 26541); qui la fronte intonacata del loculo, anepigrafe, mostra al centro la figura dipinta in rosso di un’ancora affiancata alle estremità da quattro croci uncinate, anch’esse dipinte in rosso. La presenza dell’ancora associata alle svastiche è da ritenere, anche in questo caso, un evidente e reiterato rimando alla croce cristiana.
Un’altra numerosa categoria di epitaffi cimiteriali ci presenta il segno della croce uncinata associata ad altri simboli appartenenti al patrimonio iconografico paleocristiano: colombe, rami di palma, monogrammi costantiniani e croci monogrammatiche, talvolta complete delle lettere apocalittiche alfa e omega, croci greche, etc. Un ricco repertorio figurativo che accompagna i testi e le formule epigrafiche e ne suggella, anche dal punto di vista iconografico, l’appartenenza dei defunti alla comunità dei fedeli in Cristoxi. Vale la pena ricordare qualche esempio di epitaffio tra i più caratterizzanti, come quello dedicato dai genitori a Vitalione, karo filio dulcissimo (ICUR I, 2878), o quello di C. Cartorius Olympus, il piccolo cristiano vissuto sei anni, un mese e otto giorni che i genitori ricordano anche in questo caso con la consueta formula filio dulcissimo (ICUR III, 8806). A Domitilla una madre depone il proprio figlio Decentius (ICUR III, 6644) e completa l’epitaffio con l’immagine duplicata della croce gammata, mentre a Pretestato un tale Licinius provvede alla sepoltura della moglie Giustina e fa apporre, anche in questo caso, due figure di croci uncinate accompagnate dalla formula abbreviata in agape (ICUR V, 14383). Tra le formule augurali di riposo in pace risaltano quella dedicata ad un Marcello (ICUR III, 8790), morto alla veneranda età di 85 anni e con alle spalle ben 35 anni di matrimonio (qui il simbolo della svastica è affiancato dal monogramma cristologico formato dalle lettere greche chi e ro, meglio conosciuto come monogramma costantiniano), o l’iscrizione di un tale Leone, con svastica e - accanto – figura di orante allusiva allo stesso defunto ora salvo nella beatitudine celeste (ICUR III, 8987); o ancora quella dedicata alla sorella Coeonica, dove il simbolo gammato è affiancato dall’immagine della colomba che reca un ramoscello d’ulivo nel becco (ICUR IV, 12591) e quelle di Lucilla, dal cimitero di Ciriaca o S. Lorenzo attualmente custodita ai Musei Vaticani (ICUR VII, 19043), con svastica e monogramma costantiniano; di Ulpia Sirica nella catacomba di S. Agnese (ICUR VIII, 21349), dove la defunta appariva probabilmente riprodotta in una figuretta in opus sectile, ora perduta, accanto al simbolo della croce uncinata, e, da ultimo, a Pretestato quella di Salutius (ICUR V, 14617), con svastica affiancata dalla formula abbreviata cum pace. L’alta mortalità infantile nell’antichità è riscontrabile nei numerosi epitaffi che ricordano la prematura scomparsa dei bambini e dai quali traspare lo sgomento dei genitori; in essi compare spessissimo l’annotazione degli anni vissuti, il più delle volte accompagnata dalla consueta e stereotipata specificazione dei mesi, dei giorni e talvolta persino delle ore. Oltre a quelli già citati, due in particolare sono degni di menzione: il primo, proveniente forse da Priscilla (ICUR VIII, 23201), della bambina Domitia Iuliana vissuta quattro anni, dieci mesi e sei ore, morta durante la notte di un 15 marzo. Anche in questo caso, come per il succitato ICUR IV, 12591, la croce uncinata è accompagnata da una figura di colomba con ramoscello d’ulivo nel becco. La seconda ricorda il bambino Sozon, morto all’età di nove anni, al quale i genitori chiedono di pregare per loro dall’aldilà. Qui la croce gammata è accompagnata dal classico monogramma costantiniano (ICUR IX, 24492).
Anche la pittura cimiteriale romana ci riserva due eccezionali esempi che riguardano la tematica qui trattata. Il primo lo troviamo al sesto miglio della Via Portuense, nella catacomba di Generosa, scoperta nel 1868 da Giovanni Battista de Rossixii. Il monumento ospita un arcosolio, verosimilmente databile alla seconda metà del IV secolo. Sulla parete esterna destra appare affrescata una scena bucolica: un pastore stante tra due pecore, con, nella mano destra una syrinx, lo strumento musicale fatto di canne, detto appunto siringa o flauto di Pan dal noto mito classico. Indossa abito e calzature tipici dei pastori: una tunica corta cinta, senza però la classica mantellina chiamata alicula, e, ai piedi, le cosiddette fasciae crurales (bende che fasciavano le gambe a loro protezione e che arrivavano fin sotto al ginocchio, simili ai calzettoni). Le estremità inferiori della tunichetta, poco sopra gli orli, sono decorate con due grandi svastichexiii. Il secondo esempio, purtroppo quasi interamente perduto per i tentativi maldestri di distacco dell’affresco nel corso del XVIII secolo, di cui però fortunatamente ne abbiamo il disegno, è documentato nella catacomba di Domitilla, sulla Via Ardeatina. Si tratta del noto cubicolo del fossore Diogene, all’interno del quale l’affresco della lunetta che ha dato il nome al cubicolo stesso presentava la figura di Diogene, il cui nome si leggeva in una tabula inscriptionis ansataxiv sulla fronte dell’arcosolio. Il personaggio, che prestava probabilmente servizio a Domitilla come operaio appartenente a questa corporazione di lavoratori addetti all’escavazione e alla manutenzione dei cimiteri ipogei comunitari, è raffigurato in abito da lavoro: tunichetta e alti calzari. Tiene nella destra un piccone e nella sinistra una lucerna. In terra si notano altri strumenti di lavoro per l’escavazione dei sepolcri: dolabra fossoria, (attrezzo simile alla gravina, con manico in legno, il cui ferro ha la doppia funzione di zappa e piccone), ascia, compasso. Anche in questo caso, come nel precedente, la tunica è ornata con due grandi svastiche nella parte inferiore.
Un’ultima considerazione va riservata alla scoperta di una catacomba in provincia dell’Aquila nel luglio 1943, nella località Castelvecchio Subequo (Superaequum, l’antica città dei Peligni). Padre Antonio Ferrua, che studiò il monumento ipogeo, così descrive l’apparizione del simbolo in esame su un loculo del cimitero: “A sinistra in basso (…) è tracciata con istecca sulla calce fresca una bella croce uncinata alta cm. 16, con le gamme volte a sinistra”. Come ricorda lo stesso Ferrua l’eco della scoperta destò persino la curiosità, non priva di suggestione, di alcuni militari germanici che si trovavano di stanza nella suddetta localitàxv.
La croce gammata
nelle altre classi artistiche
paleocristiane
Proprio i sarcofagi palestinesi di epoca greco-romana, contrariamente alla convinzione del Brown sull’assenza del simbolo della svastica in Palestina, presentano nella decorazione delle casse, accanto ad un copioso utilizzo di motivi geometrici, festoni, rosette, ghirlande e temi floreali, anche figure di svastiche. E tali croci gammate le ritroviamo, ad esempio, in epoca precostantiniana riprodotte su alcune lucerne cristiane di Beit Nattif (Scefela) in Palestina. Scavi del 1934 in questo sito, che hanno riguardato la ripulitura di due cisterne antiche, hanno restituito alcune lucerne decorate con svastiche e motivi vegetali e geometrici. Sorprendente fu anche la scoperta a Beit Jibrin, villaggio palestinese situato a 21 km a nordovest della città di Hebron, della grotta di Kh.el’-Ain della fine del III sec. (trasformata successivamente in colombario), con svastiche e croci varie, che l’archeologo Padre Bellarmino Bagatti ritenne “testimonianza della chiesa primitiva di Beit Gibrin e nello stesso tempo della persecuzione che infierì su di essa”, datando tutti i materiali ad età precostantinianaxvi.
Ulteriori testimonianze riguardanti la categoria dello instrumentum domesticum ci vengono da un accurato studio del 1984, che ha iniziato la catalogazione della collezione di lucerne conservate nel Museo Oliveriano di Pesaro, col supporto del prezioso manoscritto n. 286 corredato delle tavole descrittive delle lucerne cristiane che l’illustre enciclopedico settecentesco Giovanni Battista Passeri (1694-1780) lasciò alla biblioteca pesarese. In alcune delle tavole del Passeri pubblicate dalle studiose si notano in particolare due lucerne che recano sul fondo la classica figura di una svastica con le gamme in senso orarioxvii. Infine la scultura paleocristiana ci restituisce nella Milano capitale dell’impero, dunque in piena età teodosiana, uno fra i più interessanti esempi di plastica funeraria. Ci riferiamo al cosiddetto sarcofago di Stilicone, conservato nella basilica milanese di S. Ambrogioxviii. Qui è sufficiente evidenziare, ai fini del nostro discorso, il lungo fregio nella parte apicale che corre, senza soluzione di continuità, lungo i quattro lati della cassa marmorea e che presenta alternativamente motivi vegetali (forse rosette o palmette stilizzate) e figure di svastiche. Ma non è da escludere, a nostro avviso, sebbene il de Rossi considerasse tale decorazione in questo contesto semplicemente una ripetizione ornamentale, anche un significato di tipo cosmico (luna e sole che assistono alle due scene cristologiche rappresentate sui lati lunghi della cassa; in questo caso la croce gammata rivestirebbe la doppia valenza di primigenio simbolo solare e croce cristiana), simile a quello che apparirà alcuni secoli dopo nei magnifici plutei altomedievali della basilica di Santa Sabina a Romaxix: bellissime croci latine terminanti in volute affiancate da palmette o alberi della vita e dalle figure stilizzate del sole e della luna (quest’ultima iconograficamente similare alla figura che sul sarcofago ambrosiano fa da pendant alla croce gammata). Una composizione stupefacente questa dei plutei del coro di Santa Sabina che, ancora nel IX secolo, è capace di rielaborare un simbolismo di tradizione orientale che intende qui esprimere la partecipazione del cosmo al trionfo della croce (un suo straordinario antecedente è riscontrabile nella magnifica scena della porta lignea della stessa basilica, databile al V secolo, con il trionfo di Cristo e della Chiesa, al quale partecipa il cosmos, rappresentato con le figure del sole, della luna e delle stelle)xx.
Il processo evolutivo del simbolismo del signum crucis e l’assimilazione di iconografie diverse da quella cristiana sono problematiche, a nostro avviso, ancora non del tutto acclarate e risolte. Tale tematica è stata egregiamente affrontata nel citato saggio di Natale Spineto, il quale, acutamente conclude: «(…) la croce [quella cristiana] si arricchisce ben presto di significati simbolici differenti. Anche su un piano formale, riprende la croce uncinata, quella ansata, quella “monogrammatica”. Ne assimila la forma, ma anche, in qualche misura, i significati, secondo processi storicamente complessi, la cui portata e le cui mediazioni culturali vanno analizzate in ogni singolo caso»xxi.
NOTE
i Cfr. E. GOBLET D’ALVIELLA, Cross, in J. HASTINGS (cur.), Encyclopaedia of Religion and Ethics, Edinburgh 1911, 324-330.
ii Si veda in particolare l’intervento di N. SPINETO, Il simbolismo della croce nelle religioni, in La croce: iconografia e interpretazione (secoli I - inizio XVI): atti del convegno internazionale di studi, Napoli, 6-11 dicembre 1999, Napoli 2007, 75-87.
iii G. MARINGER, La croce come simbolo nei tempi preistorici, in Annali del Pontificio Museo Missionario Etnologico, 29, 1965, 9-43.
iv RED., s.v. Svastica, in Enciclopedia dell’arte antica, classica e orientale, VII, 573-574; SPINETO, Il simbolismo, 86. L’autorevole studioso di epigrafia cristiana padre Antonio Ferrua così si esprimeva in un suo noto articolo sui simboli pagani assunti dal cristianesimo primitivo: “Decorativo dovette essere pure l’uso non raro della croce gammata o svastica, ma che talora si crede che fosse adoperata come simbolo della vera croce (…), o forse anche come segno profilattico di misteriosa virtù, quale divenne certamente presso i pagani, dopo di essere stato dapprima un simbolo religioso, molto probabilmente solare”. A. FERRUA, Simboli pagani nelle catacombe cristiane, in Rivista Roma, 19, 1941, 172-173. Per un quadro ermeneutico e critico dell’iconografia paleocristiana si veda F. BISCONTI, Temi di iconografia paleocristiana, Città del Vaticano 20072. Sull’assimilazione e adattamento del simbolismo pagano e di taluni miti classici nell’arte cristiana e nell’esegesi patristica si veda inoltre, G. BIAMONTE, Dal segno pagano al simbolo cristiano, in Studi e materiali di storia delle religioni (= SMRS), 58, 1992, 93-123; ID., Il mito di Ulisse e le Sirene: un supposto fenomeno di continuità fra tradizione pagana e simbolica cristiana, in Bessarione, Quaderno n. 11, 1994, pp. 53-80.
v SPINETO, Il simbolismo, 87.
vi IGNATIUS ANTIOCHENUS, epistula ad Ephesios 9, 1: Sources Chrétiennes (= SCh) 10, 76; epistula ad Trallianos 11, 2: SCh 10, 118 s.
vii Un argomento molto dibattuto questo del culto solare in età imperiale che ci conduce direttamente alla famosa visione costantiniana e all’istituzione della festività del Natale, tra il 325 e il 330, sostitutiva del dies natalis invicti Solis. Convincenti appaiono le considerazioni di Giuliana Calcani sugli eventi straordinari collegati alla visione costantiniana della battaglia di Ponte Milvio, che vanno letti, secondo la studiosa, “nel senso della continuità e non certo del distacco con la tradizione romana”. Cfr. G. CALCANI, La pratica divinatoria e la visione della croce in Costantino, in La croce, 223-230 (ivi ulteriore bibliografia). Una circostanziata analisi dei fatti che ridimensiona le posizioni di coloro che vedrebbero in Costantino il liquidatore del paganesimo e nell’editto di Milano, che rese finalmente il cristianesimo religio licita, la rovina dell’impero romano.
viii Sulle catacombe di Roma si veda L. DE SANTIS-G. BIAMONTE, Le catacombe di Roma, Roma, Newton & Compton Editori, 1997.
ix Cfr. ICUR II, 4454; ICUR III, 7300, 7303; ICUR IV, 10756, 11010, 12415; ICUR V, 14169, 15186, 15349; ICUR VI, 16934, 17377; ICUR VII, 19896; ICUR VIII, 21576; ICUR IX, 24628; ICUR X, 26956.
x FERRUA, Simboli, tav. XLIII, fig. b.
xi Cfr. ICUR I, 1647, 2056; ICUR II, 5529; ICUR III, 7653, 8097, 9339; ICUR IV, 10936; ICUR VII, 18892, 19888, 20675; ICUR VIII, 21961, 23371; ICUR IX, 24146, 24343, 24344, 25579; ICUR X, 26601.
xii G.B. DE ROSSI, Bullettino di Archeologia Cristiana, 1868, 87-91.
xiii Molto di frequente pittura e mosaici ci documentano l’utilizzo in antico di inserti ornamentali cuciti sulle vesti e sopravvesti (tunica, pallio, clamide, ma anche sul vestiario liturgico): orbiculi, patagia, tabulae, clavi, gammadiae.
xiv diogenes fossor in pace depositvs octabv kalendas octobris. ICUR III, 6649.
xv A. FERRUA, Di una piccola catacomba a “Superaequum dei Peligni”, in Rivista di archeologia cristiana, XXVI, 1950, 53-83, fig. 1.
xvi P. B. BAGATTI, Resti cristiani in Palestina anteriori a Costantino?, in Rivista di archeologia cristiana, XXVI, 1950, 123-124, tav. 14-15.
xvii M. T. PALEANI-A. R. LIVERANI, Lucerne paleocristiane conservate nel Museo Oliveriano di Pesaro I, Roma 1984, 91, tav. XI n.2; 97, tav. XVII n.2.
xviii F. RE, Sarcofago cosiddetto di Stilicone, in “Milano capitale dell’impero romano 286-402 d.c.”, Milano 1990, 134; M. DALL’AGLIO, I sarcofagi tra III e IV secolo d.c.: problemi di iconologia. Tesi di dottorato di ricerca, Università di Bologna, 2008, 80-81.
xix F. DARSY, Santa Sabina, Roma 1961.
xx Numerosissimi gli esempi della partecipazione cosmica alla rappresentazione della crocifissione cristiana in P. TESTINI, Arte mitraica e arte cristiana. Apparenze e concretezza, in Mysteria Mithrae: atti del seminario internazionale su”La specificità storico-religiosa dei Misteri di Mithra, con particolare riferimento alle fonti documentarie di Roma e Ostia”, Roma e Ostia 28-31 marzo 1978, Leiden : Brill, 1979, 429-454.
xxi SPINETO, Il simbolismo, 87.
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Pubblicato il 5/8/2011 alle 20.12 nella rubrica Rinascita.
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