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Sopravvivere in un mondo di Rovine
CULTURA
11 dicembre 2011
Inflammare necesse est

La perfetta bellezza del Numero d’oro nella Divina Proporzione. Da Pitagora a Musmeci-ignis

Métron àriston” insegna Pitagora: in ogni cosa la misura è aristocratica, in quanto avvicina all’archetipo divino. Ogni eccesso è corruzione dell’anima, allontana dalla conoscenza che è visione di forme perfette. Quando l’uomo primevo della civiltà mediterranea non ebbe più la facoltà del contatto immediato con il sacro, prese a figurarsi la Natura degli Dei sotto sembianze antropomorfe: con la potenza della parola, con il ritmo del carme, evocò le forze abissali del Cosmo per racchiuderle in un cerchio magico; le trasfuse nel legno scolpito (accumulatore solare), nel marmo (accumulatore di luce), nel bronzo (accumulatore di fuoco), affinché l’armonia del Gran Tutto trovasse luoghi prescelti ove manifestarsi. Nacque così il Bello: un coro di linee luminescenti e serene composte in euritmia, equilibrio delle parti, calma nobiltà statuaria. Poiché “la virtù, la salute, ogni bene e Dio sono altrettante armonie; perciò ogni cosa consiste di armonie” (Diogene Laertio). Gli Elleni hanno costruito su questa base una Scienza del Bello, un culto ideale fondato sull’equivalenza della bellezza e della virtù (kalokagathia) secondo il quale il dato estetico, l’opera d’arte così come la grazia nelle proporzioni umane, non è altro che il riflesso di un fatto psichico. Secondo Platone, come la mancanza di grazia, di numero e di armonia è il contrassegno di un cattivo spirito e d’un cattivo cuore, così le qualità opposte sono l’immagine e l’espressione d’un cuore ben nato. Il filosofo ateniese sapeva che nessuno poté (e può) accedere al primo sodalizio pitagorico senza aver prima superato un rigido esame fisiognomico, giacché le forme parlano anche nella loro muta espressione.

Ma i Greci, ingenui e sensuali, avrebbero finito per trasformare l’intuito originale del Bello in astratta teoria, in postulato filosofico e in commercio carnale; troppo presto dimentichi della dottrina secreta che si cela dietro il canone della bellezza: “Il Dio tutto geometrizza” (Platone). La stirpe etrusco-romana ha invece eternato questo insegnamento sotto il segno della virtù e della disciplina: dalla quadratura del cerchio operata con l’aratro di Romolo alla marcia delle quadrate legioni ordinate secondo la decade e i suoi multipli, in Roma tutto è cratofania, forza formatrice e di dominio sul caos. Sicché davvero i suoi templi erano case divine del Nume, e dei suoi duci si poté affermare che parevano statue di bronzo appena discese dai loro piedistalli. Pathos della distanza, nulla oltre misura e concordia di forme. Virtù apollinee assegnate a Roma dalla legge di “analogia fra cielo e terra, fra intellegibile e sensibile, fra corporeo e incorporeo, fra visibile e invisibile”: “Quelle corrispondenze specifiche fra macrocosmo e microcosmo” cui “le tradizioni magiche hanno associato il simbolo del Pentagramma” (Julius Evola); luogo fisico ove l’uomo integrale partecipa delle energie cosmiche e si fa costruttore di ponti metafisici (pontifex), secondo l’insegnamento pratico che il pitagorico Domenico Angherà riassunse in una frase sola: “Il Geometra dimostra, non declama”.

Con il declino del mondo antico, nel dilagare di ateismo e barbarie, la disarmonia prese il sopravvento e il canone del Bello si occultò. Il nitore impersonale dell’optimus vir cedette all’introspezione morbosa di un io scisso; la pax deorum smarrì il suo statuto di legge sacra e santa che collega umano e divino; si affermarono culti di salvezza esasperati, evasionistici, rabbiosamente ossessivi; i templi rovinarono, al canone di Policleto e ai capolavori di Fidia, Prassitele e Alcamene succedettero immagini di una fissità malata, buia e senza prospettiva. Il mondo s’imbruttì fino a collassare nel Medioevo. Si dovette aspettare l’età dell’Umanesimo e la Rinascenza per assistere al ritorno palese della Dea Armonia fra i mortali. Luca Pacioli, Leonardo da Vinci, Leon Battista Alberti e Sandro Botticelli rappresentarono soltanto l’epifenomeno vorticoso di una corrente misterica le cui acque sorgive sgorgano dall’antro delle Ninfe di cui ci parlano Omero e Porfirio: lì dove si generano anime d’oro e alti destini. Ma anche questa stagione rorida, con la fioritura di scienze e arti che ne derivò, ebbe in sorte una vita limitata. Sopraggiunsero i roghi controriformisti, i fondali oscuri del Caravaggio e le nebbie dei fiamminghi contro i quali poco o nulla poté la sensibilità faunesca di un Nicolas Poussin.

Il dio Vertumno avrebbe dovuto volgere ancora la sua ruota per donare alla civiltà occidentale la pallida eco del neoclassicismo, fino a che il mito di Roma Eterna non si prese carico di guidare le rivoluzioni europee e sopra ogni cosa di restaurare l’Unità dell’Italia secondo gli immutabili confini augustei. Fu dunque sul finire dell’Ottocento e nella prima metà del secolo successivo che le “daimoniche sorti” (Pitagora) consentirono il riaffiorare della antichissima sapienza italica sopravvissuta ai cataclismi della storia. In un clima di eroismo trionfale, germogliarono dall’immanifestato figure insigni di condottieri, artisti, archeologi e sapienti il cui volto “gianiforme” proiettava luce sulla futura, rinascente grandezza italiana nel mentre lo sguardo retrostante ammirava come sua stella polare il modello di virtù prisca; quella virtù che faceva esclamare a Cicerone essere più vicino agli Dei ciò che rimonta ai tempi più antichi.

Fra costoro è Ruggero Musmeci Ferrari Bravo, uomo d’arme e artista multiforme, cantore di Roma e propugnatore del suo primato; ma sopra tutto continuatore degli studi pitagorici applicati al mistero della suprema Bellezza: la Divina Proporzione. Come lui, accanto a lui, agirono studiosi quali Evelino Leonardi e il daco-romano Matila C. Ghyka, accomunati dalla volontà di disvelare, nel nome di Roma, la legge superiore che informa l’unità della natura. Fu anche grazie a loro che trovò risposta il monito di un altro scienziato pitagorico dell’epoca, Enrico Caporali: “L’opera di Mazzini, di Cavour, di Garibaldi non potrà dirsi compiuta se non allorché le classi dirigenti sapranno pensare italicamente”.

Pensare italicamente, per Musmeci Ferrari Bravo, significò entrare in contatto con la forza sottile del Genio Italico issandosi sulla verticale del magistero antico secondo il quale la comunicazione con il mistero ineffabile di Roma può avvenire per via d’intuizione folgorante: “Poca favilla gran fiamma seconda”, suggeriva Dante. Fu così che Musmeci, già medico e giurista versato nelle arti figurative, guidato da ambienti esoterici della Capitale e accompagnato dalla Fortuna romana che sorregge il Fato, divenne ignis: poeta e tragediografo delle origini di Roma (il suo Rumon risale al 1914 ev), combattente nella Grande Guerra, cultore del Bello e scopritore del canone invisibile che ne attrae la manifestazione visibile. In due parole: Divina Proporzione, un mistero esemplificabile attraverso due frasi di origine neoplatonica. “L’occhio non vedrebbe mai il Sole se non fosse simile al Sole, né l’anima vedrebbe il Bello se non fosse bella”, è l’insegnamento del filosofo Plotino. Mentre il teurgo Proclo ci ha lasciato un frammento analogo risalente ai così detti Oracoli Caldaici: “Il noûs paterno inseminò simboli attraverso il cosmo, lui che intuisce gli intuibili, quelli che sono detti bellezze ineffabili”.

L’intuizione è come fiamma che si specchia nel Sole, da essa deriva l’antica scienza cultuale del Bello tale da ricondurre all’archetipo primigenio dell’Uomo-assoluto iscritto nel Pentalfa. Mentre “il simbolo inseminato nel mondo è l’Intuibile che si lascia cogliere come bellezza indicibile, cioè come idea, immagine, che dimora alla radice del cosmo e traspare in alcune sue forme, senza coincidere con esse. I simboli sono intuizione del Padre, e partecipano della natura connettiva di Eros, che è una emanazione del noûs paterno” (Angelo Tonelli). Se dunque la Natura non è altro che un insieme di accordi numerici intonati secondo una metrica divina, dalla decrittazione di questi accordi ignis intuì che l’armonia delle forme visibili deve obbedire a una legge radicata nell’immanifestato: ciò che abita il regno della percezione sensibile è la proiezione di una pura essenza radiante, immutabile ed eterna. Esiste infatti un modulo secreto al quale hanno mirato, ma senza attingere alla radice del “formidabile problema”, sia il canone egiziano sia quello greco-romano, sia i magi rinascimentali. Questo modello, che sancisce la “totalità ed universalità delle legge di costruzione del corpo umano e dei vertebrati”, venne scoperto sperimentalmente da ignis e designato con la formula alfa-numerologica del “Ap-ro-fo”.

Dalla scoperta dell’aureo modulo, ignis fece discendere un’architettura iero-fisio-logica composta di LV proposizioni, fra assiomi e corollari, le così dette ignisleges, la prima delle quali recita: “L’ap – oppure ro – oppure fo – è il modulo del canone di misura per il corpo umano prescelto dal Divino Architetto nella costruzione del corpo nostro – su cui si giunge con lo stesso principio – salendo l’intera scala zoologica”. La seconda precisa: “Tutta l’umanità – nelle infinite ed imprecisabili sue variazioni individuali – è costituita secondo l’archetipo o prototipo ideale del Divino Architetto”. La quarta sviluppa: “Ogni individuo umano tende – nei due sessi per una forza divina-ignota-misteriosa – a raggiungere l’Archetipo (unico) pur restandone più, o meno, lontano sempre”. Ne segue che “Natura e arte, con reciproco controllo, tendono all’Archetipo mai totalmente e coscientemente raggiunto, fino ad oggi, ed oggi svelato nel mio ap=ro=fo” (VII). Sicché “all’umanità l’arte è necessaria, per poter vivere, quanto l’aria da respirare”.

In questa estrema istanza umana di vita, che al tempo stesso è natura ed è arte, si condensa il progetto di un’esistenza intera protesa verso l’unità primigenia dell’uomo antico. “Filosoficamente, e scientificamente”, scriverà Musmeci nei suoi “Appunti sulla Divina Proporzione”, “l’Uomo è Uno”: quel Re-bis (res bina) il quale, pel tramite di Eros (il metaxù del Simposio platonico, strumento della legge d’attrazione universale custodita da Venere), ha finalmente ricongiunto in sé medesimo la doppia natura maschile e femminile: “Teoricamente, a priori, non si dovrebbe negare la possibilità di un Ermafrodito perfetto” (XVI), poiché “in ogni accoppiamento riproduttivo vi è una oscura, ma sicura aspirazione ad un prodotto che, sommando le qualità individuali dei due elementi della fecondazione, riesca somaticamente ed esteticamente superiore ai genitori” (XXX). Il risultato di tale pre-tensione del “nostro innato senso della bellezza” essendo la scoperta di “leggi cui non si può giungere affatto con il raziocinio, leggi che solo si sentono” (XLII), ignis si mise dunque all’opera nel suo studio romano di via del Vantaggio.

Dall’autofecondazione, entro lo stesso ingegno, di una volontà possente penetrata nella corrente astrale dell’immaginazione creatrice, nacquero le due opere immense di ignis: il busto di “Romolo” e quello della “Venere delle Perle”. Demiurgo dei suoi tempi (Inflammare è il suo motto e la fiamma il suo sigillo), l’8 giugno del 1928 ev, davanti a colleghi, artisti e scienziati, Musmeci offrì una prova empirica della sua “opera che onora il genio italiano”, mostrando agli sguardi ammirati le sue sculture: il “Romi Caput” e il “Veneris Caput”, modellati sulla base dell’autentico canone aureo. Nei busti – scolpiti con “identici punti di misura” – è racchiuso l’Arcano: Romolo è l’eroe solare disceso dal fuoco di Marte; Venere è la Genitrice delle anime eroiche destinate a riunirsi con la sua perfetta bellezza; Roma è la sede fatale del loro incontro. La Maestà del Re d’Italia non mancò di plaudire di persona alla novella ierofania che realizzava, in piena età oscura, il secreto accennato da Platone nella Repubblica: “Per la prole divina il periodo fecondo è racchiuso da un numero perfetto, per quella umana…”.

Colto dal vortice della stessa corrente psichica, nonché amico e corrispondente di Musmeci, nello stesso periodo si attivò il romeno Matila C. Ghyka: “La sezione aurea l’ho ritrovata in biologia, spesso sotto forma di schema numerico, quasi fosse un sintetico simbolo delle forme viventi, in qualche modo opposto agli schemi d’equilibrio cristallini delle forme non viventi, esprimente la pulsazione della crescita; tale ‘numero d’oro’ riassume aritmeticamente e algebricamente le proprietà della ‘stella a cinque punte’”.

Pentalfa o Pentagramma pitagorico, Stella fosforeggiante del mattino, sigillo di Venere che protegge l’Italia Turrita; inizio e compimento dell’indagine di Ghyka fu non a caso “il segno di riconoscimento geometrico pitagorico”, di quel sodalizio che “fu una sorta di ‘Fascismo esoterico’ formato da tre categorie di iniziati: i filosofi contemplativi (i matematici), i nomotèti (quei filosofi che dirigevano l’attività sociale e politica della Confraternita dando istruzioni alla terza categoria), e infine i ‘politici’ (non ancora arrivati alla perfetta purezza), funzionari esecutivi e di collegamento”. Quasi avesse sotto gli occhi le sculture di ignis, Ghyka affermò: “Constatiamo immediatamente che in Italia la tradizione pitagorica non si è mai interrotta”.

A conclusioni pressoché identiche pervenne Evelino Leonardi: nota è l’usanza rituale del saluto pitagorico al Sole mattutino, chiaro deve allora risultare che “i ritmi solari plasmano, secondo leggi numeriche e geometriche, tanto i minerali che i vegetali, tanto gli animali che gli uomini. […] Le stesse formazioni geologiche e le forme risultanti sono come lo scheletro del paesaggio e rappresentano, per così dire, lo stampo del conflitto delle forze naturali di cui denunciano l’intensità, fissandone il ricordo”. Sonorità luminose in reciproca, armonica tensione di opposte energie che si cristallizzano in materia: ecco la trama corrusca del cosmo. “E questa – aggiunge Leonardi – è la natura della proporzione che gli autori antichi, da Platone a Pitagora, da Leonardo a Luca Pacioli, chiamarono Numero puro, Armonia delle sfere, Sezione dorata, Divina proporzione. Questa legge, riferita al corpo umano, segna l’ombelico come il punto che lo divide in due parti di diversa lunghezza. E quindi la sezione dorata, la divina proporzione (dall’ombelico ai piedi) divisa per la proporzione minore (dalla testa all’ombelico) deve essere uguale alla lunghezza totale del corpo divisa per la proporzione più grande”.

Anche per Leonardi il mistero aureo si risolve nel numero V: “Geometricamente questa proporzione si traduce nel pentagono. ‘Et senza il suo suffragio, non se possa mai formare il pentagono’, dice Luca Pacioli. Infatti, nella mistica numerica di Pitagora il numero Cinque formava la Pentade o Numero di Afrodite composto di un numero matrice o femminile che è il due e di un numero maschio che è il tre. Il numero Cinque è stato dunque sempre ritenuto come una specie di chiave di volta per le conoscenze profonde dei misteri della vita”. Al punto che “come nel nostro pianeta i minerali si condensarono in cinque grandi gruppi che formarono i cinque continenti, così, per l’armonia dell’Universo, anche i cinque elementi semplici si strinsero nel mondo microscopico per formare la cellula del protoplasma vivente: Carbonio, Hidrogeno, Azoto, Ossigeno, Solfo. E’ una combinazione che le rispettive iniziali di questi cinque elementi formino la parola CHAOS?”.

Non è una combinazione, come non lo è la circostanza che il superno Dio romano degli inizi, Giano Padre, si presentasse così a Ovidio nei suoi Fasti: “Me Chaos gli antichi chiamavano”. Né è casuale che Giano fosse titolare, insieme con Saturno, dell’evo primigenio nel quale “numero umano” e “numero divino” coincidevano: l’età dell’Oro. Ma, come insegnano gli ermetisti, jerofanti di Ermete Pelasgo: non si può fare dell’Oro se non se ne ha già; e non si può avere dell’Oro se non arde una fiamma. Si deve dunque INFLAMMARE.

INFLAMMARE è il titolo della mostra sulla vita e le opere di Ruggero Musmeci Ferrari Bravo (Palermo 1868-Roma 1937), ripercorse attraverso i documenti e le sculture presenti nell’archivio dell’Istituto Nazionale di Studi Romani.
L’esposizione si terrà nella Sala della Presidenza della sede romana dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, sul Colle Aventino, in piazza dei Cavalieri di Malta 2, da lunedì 12 a venerdì 16 dicembre 2011, dalle ore 9 alle 14. L’ingresso è libero, info: studiromani@studiromani.it. Comitato organizzatore: Fabrizio Giorgio, Alessandro Giuli, Michele Bianco, Vittorio Sorci, Alessandro Villanti, Sandro Bellucci.

di Alessandro Giuli


CULTURA
5 agosto 2011
La croce gammata nell’archeologia cristiana
Croce Gammata
Abbiamo letto con sommo interesse il booklet di W. Norman Brown, The Swastika. A study of the nazi claims of its aryan origin, New York, Emerson Books Inc., 1933 sul simbolismo della svastica e sui risvolti di natura ermeneutica che ebbe nella Germania nazionalsocialista. Nella disamina delle origini, dello sviluppo e della diffusione dell’immagine in questione, l’autore, già professore di sanscrito presso l’Università della Pennsylvania, contesta, a ragione, l’errata interpretazione che il Nazionalsocialismo le volle attribuire come simbolo di genesi indoeuropea peculiare dei popoli ariani, associandolo allo stesso tempo al concetto di purezza razziale.
Un’esegesi, quella nazionalsocialista, smentita dalla ricerca scientifica e dalle scoperte archeologiche e palesemente inquinata da motivazioni di natura politico-ideologica. Gli studi sul simbolo della croce in generale, compreso ovviamente quello dello Swastika, detto anche croce uncinata o croce gammata (quest’ultima denominazione derivante dalla forma a gamma maiuscola dei quattro bracci orientati ora a destra ora a sinistra) e, nella trascrizione italiana, meglio conosciuto col termine femminile svastica, hanno avuto notevoli sviluppi a partire dall’apparizione della nota Encyclopaedia of Religion and Ethics, pubblicata ad Edimburgo nel 1911i. Il recente convegno sulla Croce tenutosi a Napoli nel 1999 ha egregiamente riassunto lo status quaestionis con una serie di interessanti interventi dei principali studiosi, pubblicati nel 2007 negli atti (ai quali si rimanda il lettore), che hanno analizzato il simbolo della croce nei diversi contesti culturali, fornendo altresì un’esauriente bibliografia aggiornataii. È ormai acquisito da tempo che il segno gammato compare già nel IV millennio a.C. nelle culture preindoeuropee dell’Anatolia e della Mesopotamia, nonché a Creta e a Troia, e vastissima risulta essere l’area geografica e culturale di diffusione (Europa, India, Cina e Tibet, Giappone e persino nel continente americano). Primigenio emblema solare (la sua iconografia la fa apparire come una sorta di ruota in movimento), come d’altra parte molti altri segni a forma di croce riscontrabili nelle civiltà preistoricheiii, la svastica assunse poi un’ampia varietà di significati di natura profilattica, apotropaica e beneauguranteiv.
Tornando all’analisi del saggio in questione, vediamo invece cosa non convince dell’interpretazione del Brown alla luce dell’archeologia. Citando il pensiero da lui attribuito ad Adolf Hitler in persona e ad altri leader nazionalsocialisti che asserivano che la svastica fosse stata utilizzata anche dai cristiani delle origini, Brown confuta tale tesi affermando testualmente: “They [Adolf Hitler e i gerarchi nazionalsocialisti] hold, too, that the Swastika had a special usage in early Christianity; and this claim is equally baseless” (p. 5). Dunque, nessuna corrispondenza, secondo l’opinione dello studioso americano, tra questo segno millenario e il suo uso, fuori dell’ordinario, in ambito paleocristiano. Una obiezione reiterata almeno un paio di volte nell’ambito del pamphlet, come nel caso del paragrafo relativo ai popoli che hanno ignorato tale simbologia (qui troviamo, tra l’altro, anche l’enunciazione dell’assenza di tale simbolo sia in Assiria che in Palestina, anche se accompagnata da un onesto “as far as I know”, p. 26) da lui concluso con la prudente affermazione che la svastica era probabilmente sconosciuta ai cristiani dei primi secoli (“Early christianity seems not to have known it”, p. 26). O ancora quando nelle conclusioni torna sull’argomento sostenendo, non senza un pizzico di contraddizione rispetto a quanto affermato in precedenza e con grande genericità, che la stessa non ebbe gran rilievo nel simbolismo cristiano, in cui tale evento non solo sarebbe accidentale ma anche tardo (“But it has held no great value in christian symbolism, where its occurrence is only incidental and relatively late, not primary”, p. 29).
Emerge chiaramente come le asserzioni dell’accademico statunitense, pur se attenuate dagli incisi “sembra” o “per quanto ne so”, o addirittura parzialmente ritrattate con una timida ammissione di “uso accidentale”, non tengano conto, forse perché a lui sconosciute, delle testimonianze materiali restituiteci a tale riguardo dall’archeologia cristiana, a partire dagli studi e dalle ricerche scientifiche del grande archeologo Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), padre dell’archeologia cristiana. L’epigrafia e l’arte funeraria paleocristiane documentano, senza ombra di dubbio, che il simbolo della svastica era, viceversa, conosciuto e utilizzato, anche se in modo circoscritto e non sistematico, dalle prime comunità cristiane. A questo proposito le raccolte delle iscrizioni paleocristiane di Roma, che formano il corpus delle Inscriptiones Christianae Urbis Romae septimo saeculo antiquiores (=ICUR), monumentale opera iniziata dal de Rossi e ripresa da Angelo Silvagni nel 1922 (la collana è giunta al X volume pubblicato nel 1992, mentre un XI volume è in preparazione), attestano che nell’Urbe tale iconografia ebbe il suo maggiore utilizzo.
Allo stesso tempo figure di svastiche appaiono, seppur sporadicamente, anche sulla ceramica, nella pittura e nella scultura funeraria paleocristiana (gli esempi che citeremo al di fuori di Roma sono semplicemente indicativi, perché l’indagine andrebbe accuratamente estesa a tutto l’orbis christianus antiquus). Non pretendiamo, ovviamente, di esaurire l’argomento in queste poche righe; è nostra intenzione fornire soltanto alcune linee guida nell’ambito dell’archeologia cristiana.
Da segno solare e beneaugurante delle culture precristiane a simbolo “potenziato” nel contesto della nuova fede - così come avviene, tra l’altro, per altre figure di croci dissimulate (la croce ansata - il famoso ankh egizio – la croce a Tau, oppure la figura stessa dell’ancora) utilizzate dall’arte cristiana primitiva -, ma anche più semplicemente, a seconda dei contesti, motivo decorativo con una millenaria tradizione alle spalle, la svastica o croce gammata campeggia dipinta o graffita sulle lastre fittili e marmoree dei sepolcri, nonché sugli intonaci e sulla calce di chiusura dei loculi dei più importanti cimiteri comunitari cristiani di Roma. Il simbolo della croce cristiana, la cui evoluzione iconografica ha per taluni aspetti un percorso indipendente dalla rappresentazione realistica della crocifissionev, si carica di valenze pregnanti nell’ambito del mistero della salvezza e della redenzione, assumendo altresì un significato cosmico: non più strumento patibolare e simbolo di ignominia ma signum victoriae, verosimilmente allusivo alla crux invicta, alla crux gloriosa, alla croce di salvezza, all’albero di vita, secondo l’esegesi patristica dei secoli II-IIIvi. E se tali valori, assunti in molti contesti e circostanze anche dall’iconografia della croce uncinata, in virtù della sua assimilazione alla croce cristiana, ne “accrescono” il significato in chiave cristiana, un suo ulteriore “potenziamento”, considerando lo stretto legame del segno gammato con il culto del Sole, lo potremmo riscontrare, ad esempio, nella “cristianizzazione” del Sole stesso, visto ora nell’accezione del Cristo-Helios, che già nel III secolo fece la sua apparizione nel celebre splendido mosaico del mausoleo dei Giulii nella necropoli vaticanavii.
Dunque, come si accennava in precedenza, è l’epigrafia funeraria dei più significativi cimiteri comunitari romani (S. Callisto, Domitilla, Calepodio, Pretestato, SS. Marcellino e Pietro, Ciriaca o S. Lorenzo, S. Agnese, cimitero Maggiore, Priscilla, Trasone, cimitero dei Giordani, Panfilo, Bassilla o S. Ermeteviii) che annovera il maggior numero di figure di croci gammate rappresentate da sole od associate ad altri simboli cristiani. In molti casi tali iconografie completano i testi funerari, pervenutici sfortunatamente in massima parte lacunosi per la frammentarietà dei monumenti. Tra la messe di figure solitarie di croci uncinate, dipinte in rosso, incise o graffiteix, si segnalano in particolare due iscrizioni: la prima proveniente dall’area cimiteriale tra l’Appia e l’Ardeatina (ICUR IV, 12775), dove la figura della svastica, che ingloba le lettere t-o-i-a, sembra formare una sorta di acrostico, sciolto in totila (il gamma discendente destro a formare la lettera l), verosimilmente il nome del defunto. La seconda, incisa al centro di una lastra marmorea nella cd. Cripta di S. Emerenziana del cimitero Maggiore sulla Via Nomentana, chiude il loculo di un infante. In questo caso, come commenta anche il curatore del volume, è chiara l’allusione alla croce di Cristo (“nullus dubito quin signo eiusmodi in media tabula solitario insculpto crux Christi significari voluerit” ICUR VIII, 22921). Una menzione a parte meritano invece due sepolcri recanti una teoria di svastiche dipinte che risaltano sull’intonaco bianco dei loculi: uno è quello della catacomba dei Giordanix; l’altro si trova nella galleria 17, detta di Gorgonia, nel cimitero di Panfilo sulla Salaria Vetus (ICUR X, 26541); qui la fronte intonacata del loculo, anepigrafe, mostra al centro la figura dipinta in rosso di un’ancora affiancata alle estremità da quattro croci uncinate, anch’esse dipinte in rosso. La presenza dell’ancora associata alle svastiche è da ritenere, anche in questo caso, un evidente e reiterato rimando alla croce cristiana.
Un’altra numerosa categoria di epitaffi cimiteriali ci presenta il segno della croce uncinata associata ad altri simboli appartenenti al patrimonio iconografico paleocristiano: colombe, rami di palma, monogrammi costantiniani e croci monogrammatiche, talvolta complete delle lettere apocalittiche alfa e omega, croci greche, etc. Un ricco repertorio figurativo che accompagna i testi e le formule epigrafiche e ne suggella, anche dal punto di vista iconografico, l’appartenenza dei defunti alla comunità dei fedeli in Cristoxi. Vale la pena ricordare qualche esempio di epitaffio tra i più caratterizzanti, come quello dedicato dai genitori a Vitalione, karo filio dulcissimo (ICUR I, 2878), o quello di C. Cartorius Olympus, il piccolo cristiano vissuto sei anni, un mese e otto giorni che i genitori ricordano anche in questo caso con la consueta formula filio dulcissimo (ICUR III, 8806). A Domitilla una madre depone il proprio figlio Decentius (ICUR III, 6644) e completa l’epitaffio con l’immagine duplicata della croce gammata, mentre a Pretestato un tale Licinius provvede alla sepoltura della moglie Giustina e fa apporre, anche in questo caso, due figure di croci uncinate accompagnate dalla formula abbreviata in agape (ICUR V, 14383). Tra le formule augurali di riposo in pace risaltano quella dedicata ad un Marcello (ICUR III, 8790), morto alla veneranda età di 85 anni e con alle spalle ben 35 anni di matrimonio (qui il simbolo della svastica è affiancato dal monogramma cristologico formato dalle lettere greche chi e ro, meglio conosciuto come monogramma costantiniano), o l’iscrizione di un tale Leone, con svastica e - accanto – figura di orante allusiva allo stesso defunto ora salvo nella beatitudine celeste (ICUR III, 8987); o ancora quella dedicata alla sorella Coeonica, dove il simbolo gammato è affiancato dall’immagine della colomba che reca un ramoscello d’ulivo nel becco (ICUR IV, 12591) e quelle di Lucilla, dal cimitero di Ciriaca o S. Lorenzo attualmente custodita ai Musei Vaticani (ICUR VII, 19043), con svastica e monogramma costantiniano; di Ulpia Sirica nella catacomba di S. Agnese (ICUR VIII, 21349), dove la defunta appariva probabilmente riprodotta in una figuretta in opus sectile, ora perduta, accanto al simbolo della croce uncinata, e, da ultimo, a Pretestato quella di Salutius (ICUR V, 14617), con svastica affiancata dalla formula abbreviata cum pace. L’alta mortalità infantile nell’antichità è riscontrabile nei numerosi epitaffi che ricordano la prematura scomparsa dei bambini e dai quali traspare lo sgomento dei genitori; in essi compare spessissimo l’annotazione degli anni vissuti, il più delle volte accompagnata dalla consueta e stereotipata specificazione dei mesi, dei giorni e talvolta persino delle ore. Oltre a quelli già citati, due in particolare sono degni di menzione: il primo, proveniente forse da Priscilla (ICUR VIII, 23201), della bambina Domitia Iuliana vissuta quattro anni, dieci mesi e sei ore, morta durante la notte di un 15 marzo. Anche in questo caso, come per il succitato ICUR IV, 12591, la croce uncinata è accompagnata da una figura di colomba con ramoscello d’ulivo nel becco. La seconda ricorda il bambino Sozon, morto all’età di nove anni, al quale i genitori chiedono di pregare per loro dall’aldilà. Qui la croce gammata è accompagnata dal classico monogramma costantiniano (ICUR IX, 24492).
Anche la pittura cimiteriale romana ci riserva due eccezionali esempi che riguardano la tematica qui trattata. Il primo lo troviamo al sesto miglio della Via Portuense, nella catacomba di Generosa, scoperta nel 1868 da Giovanni Battista de Rossixii. Il monumento ospita un arcosolio, verosimilmente databile alla seconda metà del IV secolo. Sulla parete esterna destra appare affrescata una scena bucolica: un pastore stante tra due pecore, con, nella mano destra una syrinx, lo strumento musicale fatto di canne, detto appunto siringa o flauto di Pan dal noto mito classico. Indossa abito e calzature tipici dei pastori: una tunica corta cinta, senza però la classica mantellina chiamata alicula, e, ai piedi, le cosiddette fasciae crurales (bende che fasciavano le gambe a loro protezione e che arrivavano fin sotto al ginocchio, simili ai calzettoni). Le estremità inferiori della tunichetta, poco sopra gli orli, sono decorate con due grandi svastichexiii. Il secondo esempio, purtroppo quasi interamente perduto per i tentativi maldestri di distacco dell’affresco nel corso del XVIII secolo, di cui però fortunatamente ne abbiamo il disegno, è documentato nella catacomba di Domitilla, sulla Via Ardeatina. Si tratta del noto cubicolo del fossore Diogene, all’interno del quale l’affresco della lunetta che ha dato il nome al cubicolo stesso presentava la figura di Diogene, il cui nome si leggeva in una tabula inscriptionis ansataxiv sulla fronte dell’arcosolio. Il personaggio, che prestava probabilmente servizio a Domitilla come operaio appartenente a questa corporazione di lavoratori addetti all’escavazione e alla manutenzione dei cimiteri ipogei comunitari, è raffigurato in abito da lavoro: tunichetta e alti calzari. Tiene nella destra un piccone e nella sinistra una lucerna. In terra si notano altri strumenti di lavoro per l’escavazione dei sepolcri: dolabra fossoria, (attrezzo simile alla gravina, con manico in legno, il cui ferro ha la doppia funzione di zappa e piccone), ascia, compasso. Anche in questo caso, come nel precedente, la tunica è ornata con due grandi svastiche nella parte inferiore.
Un’ultima considerazione va riservata alla scoperta di una catacomba in provincia dell’Aquila nel luglio 1943, nella località Castelvecchio Subequo (Superaequum, l’antica città dei Peligni). Padre Antonio Ferrua, che studiò il monumento ipogeo, così descrive l’apparizione del simbolo in esame su un loculo del cimitero: “A sinistra in basso (…) è tracciata con istecca sulla calce fresca una bella croce uncinata alta cm. 16, con le gamme volte a sinistra”. Come ricorda lo stesso Ferrua l’eco della scoperta destò persino la curiosità, non priva di suggestione, di alcuni militari germanici che si trovavano di stanza nella suddetta localitàxv.
 
La croce gammata
nelle altre classi artistiche
paleocristiane
Proprio i sarcofagi palestinesi di epoca greco-romana, contrariamente alla convinzione del Brown sull’assenza del simbolo della svastica in Palestina, presentano nella decorazione delle casse, accanto ad un copioso utilizzo di motivi geometrici, festoni, rosette, ghirlande e temi floreali, anche figure di svastiche. E tali croci gammate le ritroviamo, ad esempio, in epoca precostantiniana riprodotte su alcune lucerne cristiane di Beit Nattif (Scefela) in Palestina. Scavi del 1934 in questo sito, che hanno riguardato la ripulitura di due cisterne antiche, hanno restituito alcune lucerne decorate con svastiche e motivi vegetali e geometrici. Sorprendente fu anche la scoperta a Beit Jibrin, villaggio palestinese situato a 21 km a nordovest della città di Hebron, della grotta di Kh.el’-Ain della fine del III sec. (trasformata successivamente in colombario), con svastiche e croci varie, che l’archeologo Padre Bellarmino Bagatti ritenne “testimonianza della chiesa primitiva di Beit Gibrin e nello stesso tempo della persecuzione che infierì su di essa”, datando tutti i materiali ad età precostantinianaxvi.
Ulteriori testimonianze riguardanti la categoria dello instrumentum domesticum ci vengono da un accurato studio del 1984, che ha iniziato la catalogazione della collezione di lucerne conservate nel Museo Oliveriano di Pesaro, col supporto del prezioso manoscritto n. 286 corredato delle tavole descrittive delle lucerne cristiane che l’illustre enciclopedico settecentesco Giovanni Battista Passeri (1694-1780) lasciò alla biblioteca pesarese. In alcune delle tavole del Passeri pubblicate dalle studiose si notano in particolare due lucerne che recano sul fondo la classica figura di una svastica con le gamme in senso orarioxvii. Infine la scultura paleocristiana ci restituisce nella Milano capitale dell’impero, dunque in piena età teodosiana, uno fra i più interessanti esempi di plastica funeraria. Ci riferiamo al cosiddetto sarcofago di Stilicone, conservato nella basilica milanese di S. Ambrogioxviii. Qui è sufficiente evidenziare, ai fini del nostro discorso, il lungo fregio nella parte apicale che corre, senza soluzione di continuità, lungo i quattro lati della cassa marmorea e che presenta alternativamente motivi vegetali (forse rosette o palmette stilizzate) e figure di svastiche. Ma non è da escludere, a nostro avviso, sebbene il de Rossi considerasse tale decorazione in questo contesto semplicemente una ripetizione ornamentale, anche un significato di tipo cosmico (luna e sole che assistono alle due scene cristologiche rappresentate sui lati lunghi della cassa; in questo caso la croce gammata rivestirebbe la doppia valenza di primigenio simbolo solare e croce cristiana), simile a quello che apparirà alcuni secoli dopo nei magnifici plutei altomedievali della basilica di Santa Sabina a Romaxix: bellissime croci latine terminanti in volute affiancate da palmette o alberi della vita e dalle figure stilizzate del sole e della luna (quest’ultima iconograficamente similare alla figura che sul sarcofago ambrosiano fa da pendant alla croce gammata). Una composizione stupefacente questa dei plutei del coro di Santa Sabina che, ancora nel IX secolo, è capace di rielaborare un simbolismo di tradizione orientale che intende qui esprimere la partecipazione del cosmo al trionfo della croce (un suo straordinario antecedente è riscontrabile nella magnifica scena della porta lignea della stessa basilica, databile al V secolo, con il trionfo di Cristo e della Chiesa, al quale partecipa il cosmos, rappresentato con le figure del sole, della luna e delle stelle)xx.
Il processo evolutivo del simbolismo del signum crucis e l’assimilazione di iconografie diverse da quella cristiana sono problematiche, a nostro avviso, ancora non del tutto acclarate e risolte. Tale tematica è stata egregiamente affrontata nel citato saggio di Natale Spineto, il quale, acutamente conclude: «(…) la croce [quella cristiana] si arricchisce ben presto di significati simbolici differenti. Anche su un piano formale, riprende la croce uncinata, quella ansata, quella “monogrammatica”. Ne assimila la forma, ma anche, in qualche misura, i significati, secondo processi storicamente complessi, la cui portata e le cui mediazioni culturali vanno analizzate in ogni singolo caso»xxi.
NOTE
 
i Cfr. E. GOBLET D’ALVIELLA, Cross, in J. HASTINGS (cur.), Encyclopaedia of Religion and Ethics, Edinburgh 1911, 324-330.
ii Si veda in particolare l’intervento di N. SPINETO, Il simbolismo della croce nelle religioni, in La croce: iconografia e interpretazione (secoli I - inizio XVI): atti del convegno internazionale di studi, Napoli, 6-11 dicembre 1999, Napoli 2007, 75-87.
iii G. MARINGER, La croce come simbolo nei tempi preistorici, in Annali del Pontificio Museo Missionario Etnologico, 29, 1965, 9-43.
iv RED., s.v. Svastica, in Enciclopedia dell’arte antica, classica e orientale, VII, 573-574; SPINETO, Il simbolismo, 86. L’autorevole studioso di epigrafia cristiana padre Antonio Ferrua così si esprimeva in un suo noto articolo sui simboli pagani assunti dal cristianesimo primitivo: “Decorativo dovette essere pure l’uso non raro della croce gammata o svastica, ma che talora si crede che fosse adoperata come simbolo della vera croce (…), o forse anche come segno profilattico di misteriosa virtù, quale divenne certamente presso i pagani, dopo di essere stato dapprima un simbolo religioso, molto probabilmente solare”. A. FERRUA, Simboli pagani nelle catacombe cristiane, in Rivista Roma, 19, 1941, 172-173. Per un quadro ermeneutico e critico dell’iconografia paleocristiana si veda F. BISCONTI, Temi di iconografia paleocristiana, Città del Vaticano 20072. Sull’assimilazione e adattamento del simbolismo pagano e di taluni miti classici nell’arte cristiana e nell’esegesi patristica si veda inoltre, G. BIAMONTE, Dal segno pagano al simbolo cristiano, in Studi e materiali di storia delle religioni (= SMRS), 58, 1992, 93-123; ID., Il mito di Ulisse e le Sirene: un supposto fenomeno di continuità fra tradizione pagana e simbolica cristiana, in Bessarione, Quaderno n. 11, 1994, pp. 53-80.
v SPINETO, Il simbolismo, 87.
vi IGNATIUS ANTIOCHENUS, epistula ad Ephesios 9, 1: Sources Chrétiennes (= SCh) 10, 76; epistula ad Trallianos 11, 2: SCh 10, 118 s.
vii Un argomento molto dibattuto questo del culto solare in età imperiale che ci conduce direttamente alla famosa visione costantiniana e all’istituzione della festività del Natale, tra il 325 e il 330, sostitutiva del dies natalis invicti Solis. Convincenti appaiono le considerazioni di Giuliana Calcani sugli eventi straordinari collegati alla visione costantiniana della battaglia di Ponte Milvio, che vanno letti, secondo la studiosa, “nel senso della continuità e non certo del distacco con la tradizione romana”. Cfr. G. CALCANI, La pratica divinatoria e la visione della croce in Costantino, in La croce, 223-230 (ivi ulteriore bibliografia). Una circostanziata analisi dei fatti che ridimensiona le posizioni di coloro che vedrebbero in Costantino il liquidatore del paganesimo e nell’editto di Milano, che rese finalmente il cristianesimo religio licita, la rovina dell’impero romano.
viii Sulle catacombe di Roma si veda L. DE SANTIS-G. BIAMONTE, Le catacombe di Roma, Roma, Newton & Compton Editori, 1997.
ix Cfr. ICUR II, 4454; ICUR III, 7300, 7303; ICUR IV, 10756, 11010, 12415; ICUR V, 14169, 15186, 15349; ICUR VI, 16934, 17377; ICUR VII, 19896; ICUR VIII, 21576; ICUR IX, 24628; ICUR X, 26956.
x FERRUA, Simboli, tav. XLIII, fig. b.
xi Cfr. ICUR I, 1647, 2056; ICUR II, 5529; ICUR III, 7653, 8097, 9339; ICUR IV, 10936; ICUR VII, 18892, 19888, 20675; ICUR VIII, 21961, 23371; ICUR IX, 24146, 24343, 24344, 25579; ICUR X, 26601.
xii G.B. DE ROSSI, Bullettino di Archeologia Cristiana, 1868, 87-91.
xiii Molto di frequente pittura e mosaici ci documentano l’utilizzo in antico di inserti ornamentali cuciti sulle vesti e sopravvesti (tunica, pallio, clamide, ma anche sul vestiario liturgico): orbiculi, patagia, tabulae, clavi, gammadiae.
xiv diogenes fossor in pace depositvs octabv kalendas octobris. ICUR III, 6649.
xv A. FERRUA, Di una piccola catacomba a “Superaequum dei Peligni”, in Rivista di archeologia cristiana, XXVI, 1950, 53-83, fig. 1.
xvi P. B. BAGATTI, Resti cristiani in Palestina anteriori a Costantino?, in Rivista di archeologia cristiana, XXVI, 1950, 123-124, tav. 14-15.
xvii M. T. PALEANI-A. R. LIVERANI, Lucerne paleocristiane conservate nel Museo Oliveriano di Pesaro I, Roma 1984, 91, tav. XI n.2; 97, tav. XVII n.2.
xviii F. RE, Sarcofago cosiddetto di Stilicone, in “Milano capitale dell’impero romano 286-402 d.c.”, Milano 1990, 134; M. DALL’AGLIO, I sarcofagi tra III e IV secolo d.c.: problemi di iconologia. Tesi di dottorato di ricerca, Università di Bologna, 2008, 80-81.
xix F. DARSY, Santa Sabina, Roma 1961.
xx Numerosissimi gli esempi della partecipazione cosmica alla rappresentazione della crocifissione cristiana in P. TESTINI, Arte mitraica e arte cristiana. Apparenze e concretezza, in Mysteria Mithrae: atti del seminario internazionale su”La specificità storico-religiosa dei Misteri di Mithra, con particolare riferimento alle fonti documentarie di Roma e Ostia”, Roma e Ostia 28-31 marzo 1978, Leiden : Brill, 1979, 429-454.
xxi SPINETO, Il simbolismo, 87.

(05 Agosto 2011)
CULTURA
10 aprile 2011
La destra è al governo da quasi vent'anni Ma la sua cultura resta ancora all’opposizione
di
Dopo quasi vent’anni al potere, sembra di essere ancora negli anni '70. Non è (solo) colpa della sinistra. L'antifascismo è diventato antiberlusconismo: restano i vecchi tabù. Poco è stato creato dal 1994 a oggi: si socilla tra indifferenza e sindrome di Stoccolma


Ci hanno insegnato che il tempo è una freccia, che procede sempre in avanti verso un radioso avvenire. Falso. Il tempo è circolare, torna su se stesso, è l’eterno ritorno del già detto, del già fatto, del sempre uguale, è quel passato che non passa mai.
Stanno ritornando gli anni Settanta per il clima ideologico e politico fazioso e intollerante. È inquietante ma è così. Chi ha vissuto quel periodo ne riconoscerà tutti i sintomi, anni in cui essere «di destra» era una colpa e ti imprimeva addosso uno stigma negativo per cui venivi emarginato, non potevi parlare in pubblico, e se scrivevi su giornali «di destra» eri guardato male. Ma quelli, si dirà, erano gli anni peggiori della cosiddetta contestazione, erano gli «anni di piombo», gli anni del «conflitto a bassa intensità»...
Ora però quel disgraziato e sanguinoso periodo è da quasi quaranta anni alle nostre spalle. È trascorsa ben più di una generazione eppure sembra che si stia replicando nel modo più paradossale. Infatti, è dal 1993 che la Destra politica non è più una anomalia, è da allora che non è più strano vedere sindaci ed assessori e poi ministri e sottosegretari prima del Msi, poi di An. Tutto normale? Affatto! La Sinistra non ha mai accettato il ritorno alla normalità democratica, l’ha sempre mal sopportata, soprattutto da quando il leader del centrodestra è Silvio Berlusconi. Questo ha fatto sì che col tempo si sia vieppiù incarognita ed oggi l’antiberlusconismo, a braccetto con l’antifascismo, anziché attenuarsi, sia più violento che mai. Ma essere antiberlusconiani vuol dire essere anche ostili a tutto quanto sia - venga dalla Sinistra etichettato - «di destra». Il risultato è un drastico ritorno al passato: non si possono tenere conferenze e presentazioni di libri di autori sgraditi (Marcello Veneziani e Giampaolo Pansa ne sanno qualcosa) o di argomenti tabù (come a Palermo quello dedicato a Casa Pound, nonostante il responsabile culturale di Casa Pound scriva sul Secolo d’Italia, giornale antiberlusconiano).
E non si possono tenere nemmeno concerti. È accaduto negli ultimi tempi almeno due volte, in quel di Sassuolo e di Milano, alla Compagnia dell’Anello, la storica formazione musicale di Mario Bortoluzzi che si è vista annullare la sede di due manifestazioni all’ultimo istante per la pressione che politici e giornalisti locali hanno fatto su chi aveva loro concesso i locali. Con l’accusa di essere un gruppo «nazista»! E non l’ha difeso nessuno, o quasi: certo nessuno si è indignato sulla «grande stampa» per un episodio così grave. E accade a chi scrive su giornali di destra di subire trattamenti preferenziali da parte di politici e magistrati (ne sanno qualcosa il Giornale e Libero) rispetto a identiche situazioni in cui cadono le testate di sinistra. E capita (si vedano testimonianze sul Foglio) che chi comincia a scrivere sulle sue pagine provochi imbarazzo ad amici e conoscenti. Siamo tutti (è successo anche a me) considerati «lacchè di Berlusconi»!
Questa situazione nasce da una serie di concause: oltre quelle già dette ci sono anche gli effetti collaterali del neo-antifascismo finesco, cioè codificato dal presidente della Camera e seguito dai politici del Fli e dal suo quotidiano, che si presentano come una Destra Nuova mentre invece non sono altro che una Sinistra Vecchia con la bava alla bocca nei confronti di chi è rimasto veramente di destra. Insomma, è stato creato un nuovo «arco costituzionale» di cui Fli fa parte e chi non sta col Fli ne è escluso. E così, mancando una sponda politica che li difenda in qualche modo, ecco che giornalisti, scrittori, musicisti che non hanno accettato il verbo del nuovo messia di Montecarlo sono più facilmente attaccabili e discriminabili (ma non per questo cambiano idea).
Certo, c’è anche quel senso inaccettabile di superiorità antropologica, quel «complesso dei migliori» così efficacemente, ma inutilmente, denunciato da Luca Ricolfi nell’ormai lontano 2005, che porta la Sinistra ad un vero e proprio razzismo culturale. Ma, e lo si deve dire assai chiaramente, c’è anche l’incancellabile colpa di un centrodestra che dal 1994, pur messo in guardia, non ha fatto nulla per creare un retroterra culturale alle proprie vittorie politiche, da un lato non occupandosi affatto di cultura (Forza Italia) e dall’altro cadendo succube della «sindrome di Stoccolma» culturale (Msi/An) una volta giunto al potere nazionale e locale, come ho scritto a suo tempo su queste pagine e cme ha di recente benissimo evidenziato il professor Roberto Chiarini.
Che la libertà di pensiero e di parola sia conculcata in questo disgraziato Belpaese lo possono urlare sfacciatamente personaggi come Santoro, Grillo, Saviano, Fazio, Travaglio, Dandini, Lerner, Spinelli, Di Pietro e tutto l’Idv, Eco e compagnia brutta, ma non so con quale faccia tosta o peggio, visto che possono dire e fare impunemente tutto ciò che vogliono spalleggiati dalla «grande stampa» e con la manleva dei magistrati. E lo possono anche molto, molto sopra le righe senza problemi. Aleggia invece una censura palese e occulta, una discriminazione morale e quasi personale per chi parla, scrive, canta avendo idee di destra.
Tutto ciò avviene a quasi vent’anni, dalla discesa in campo del Cavaliere che «sdoganò» la Destra partitica. C’è evidentemente qualcosa che non funziona e il Centrodestra politico dovrebbe fare l’esame di coscienza ed un mea culpa se la situazione, nel 2011, è ancora questa. Anzi, è peggiorata.

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CULTURA
16 febbraio 2011
Francia, sotto la bandiera niente
martedì 16 febbraio 2010, 08:53


Oltralpe si chiude senza risposte il grande dibattito sull’identità nazionale voluto dal presidente Nicolas Sarkozy Il Paese non ha trovato valori caratterizzanti: né culturali, né ideali, né religiosi. Forse è solo un supermercato

«Waterloo», «funerale di prima classe», «capitolazione in campo aperto», «sconfitta politica e ideologica di prim’ordine»: quasi unanimi i commenti alla fine del «grande dibattito sull’identità nazionale» lanciato in ottobre per volontà del presidente Nicolas Sarkozy. Dibattito concluso con un nulla di fatto, salvo misure che fanno sorridere. Sorridere tristemente.

Il primo ministro François Fillon ha annunciato che la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, definita «esemplare», sarà affissa in ogni aula scolastica, che gli allievi riceveranno il «taccuino del giovane cittadino» e intoneranno la Marsigliese «almeno una volta l’anno», che d’ora in poi nei municipi ci sarà una cerimonia di naturalizzazione «all’americana» e che all’esercizio della cittadinanza s’applicherà una «logica simile a quella del codice stradale: formazione, prevenzione, sanzione».

Chi voleva risposta alla domanda «Che cosa significa essere francese?», che pure era stata posta, è rimasto deluso. Nessuna risposta, per la semplicissima ragione che non ci poteva essere.
Però il dibattito era atteso. Secondo una recente inchiesta, per il 76% dei francesi l’identità nazionale francese esiste. Per definirla - varie risposte erano possibili -, il 30% degli interpellati citava dati culturali, il 28% criteri geografici, il 24% elementi storici, il 21% fattori istituzionali e politici, il 20% «valori umanistici» e solo il 3% fattori religiosi.

Non è per caso che Sarkozy ha lanciato il dibattito a pochi mesi dalle elezioni regionali di fine marzo. Nel 2007 la campagna presidenziale gli aveva mostrato che i francesi erano sensibili al tema dell’«identità nazionale», quindi la possibilità di sfruttarlo per sottrarre voti al Front national. Ha così replicato la manovra, dando di nuovo un segnale agli elettori di destra. Ma invano. Mentre la sinistra affermava che il dibattito avrebbe avuto come sola conseguenza «stigmatizzare» un po’ di più i cinque-sei milioni di musulmani oggi residenti in Francia, la destra s’è vista escludere sistematicamente dal dibattito, sia su Internet, sia in occasione delle 350 riunioni organizzate nelle prefetture e nelle sotto-prefetture. Ogni critica all’immigrazione è stata subito censurata, mentre era stato annunciato che il dibattito si sarebbe svolto «nel rispetto della libertà di parola di ognuno».

Preso fra esigenze contraddittorie, il governo ha soprattutto voluto dare compensi a chi contestava il principio stesso del dibattito. Perciò s’è costantemente dedicato a ridurre l’«identità nazionale» ai «valori repubblicani» (laicità, difesa dei diritti dell’uomo, ecc.), legati solo a un momento della storia francese e che propriamente nemmeno le appartengono più. Valori sconnessi da ogni filiazione che non sia ideologica, dove per la parola «patria» non c’è più spazio.
La manovra è fallita. L’opposizione di sinistra è rimasta sulle sue posizioni. L’opinione pubblica, all’inizio favorevole al dibattito, è stata profondamente delusa. E il Front national, esce rafforzato, anziché indebolito, dalla flagrante incapacità dei poteri pubblici di dare un minimo di sostanza al concetto d’identità nazionale.

Invitato anche lui a rispondere alla domanda, il ministro dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale, l’ex-socialista Eric Besson, ha finito per fornire questa storica dichiarazione il 5 gennaio alla Courneuve, nella regione parigina: «La Francia non è né un popolo, né una lingua, né un territorio, né una religione. È un agglomerato di popoli (sic) che vogliono vivere insieme. Non ci sono francesi di stirpe, c’è solo la Francia del meticciato». Frasi che confondono. Che contraddicono, fra l’altro, le prime parole della Costituzione della V Repubblica, dove si cita esplicitamente il «popolo francese», e che dimenticano che in Francia la giustizia è amministrata «in nome del popolo francese». Eric Besson ha poi dovuto smentire ufficialmente l’intenzione di convertirsi all’Islam per sposare l’attuale compagna, la studentessa tunisina Yasmin Tordjman, bisnipote di Wassila Burghiba, moglie dello scomparso presidente e padre dell’indipendenza tunisina Habib Burghiba.

Sarkozy - che ha recentemente detto a Poligny, nel Giura, d’essere stato «eletto per difendere l’identità nazionale francese» - scriveva nel suo libro-programma del luglio 2006: «Penso che i francesi aspettino una Francia nuova Una Francia dove l’espressione “francese di stirpe” sia estinta». Nel 1999 aveva confidato a Philippe de Villiers: «Beato te, Philippe, ami la Francia, la sua storia, i suoi paesaggi. Che invece mi lasciano freddo. È l’avvenire a interessarmi». L’esito più chiaro del «dibattito sull’identità nazionale» è dunque che la Francia «non è né un popolo, né una lingua, né un territorio, né una religione». Che cos’è allora? Luogo di transito? Società anonima? Supermercato? A quanto pare, il futuro della Francia è il Brasile.

(Traduzione di Maurizio Cabona)

CULTURA
7 febbraio 2011
Il legame sociale più stretto? La Fratellanza
domenica 07 febbraio 2010, 07:00
Fratellanza è in origine il legame naturale, per non dire biologico. Ma il termine fraternitas appare solo dal II secolo, fra autori cristiani. Diversissimo, talora opposto, il senso politico. Politicamente, fratellanza è il legame esistente (o auspicato come tale) nell’organizzazione o nella comunità di riferimento, fra chi condivide un ideale o difende una causa, e per estensione fra appartenenti a un’entità politica. Quindi la fratellanza non pare dissociabile dalla cittadinanza: esprime in senso politico il legame che dovrebbe unire i cittadini.
Nulla di fraterno nella fratellanza politica, che è una solidarietà elettiva e fa riconoscere come fratelli persone che sono connazionali, non familiari. Fratellanza non è fraternità. Régis Debray scrive ne Le moment fraternité (Gallimard, 2009): «La fratellanza è opposta alla consanguineità, è rimedio alla fratria. (…) Per me, si ha fratellanza infrangendo la cerchia della famiglia, la prigione delle comunità naturali, dandosi una famiglia elettiva, adottiva, una famiglia transnaturata, se non denaturata». Si nasce fratelli nella fratellanza politica solo perché nati nella stessa società politica. Ma tale fratellanza s’estende a ogni dimensione temporale: associa morti e vivi. Per Debray, «poiché i popoli, come gli individui, sono fatti di morti e di vivi, impossibile rispettare i vivi se non come fratelli minori dei morti».
Come la solidarietà (che la fratellanza supera, affermando anche un principio), la fratellanza replica a una situazione. S’afferma per opposizione. Dell’occupazione fa una resistenza, dell’umiliazione fa una fierezza. È dunque più dinamica. È anche più collettiva, più «popolare» dell’amicizia, che, col suo carattere elettivo, favorisce piuttosto il senso dell’élite. In tal senso Debray qualifica la fratellanza «sentimento moderno e democratico», sottolineando anche che la fratellanza non saprebbe definirsi come un puro sentimento, perché spesso è indissociabile dalla praxis, dall’azione («l’amicizia culla, la fratellanza scuote»).
Ma questa è anche la ragione per la quale la fratellanza separa tanto quanto unisce. Come s’è detto, la fratellanza politica non associa tutti gli uomini. Anzi instaura una potente dicotomia fra chi è visto come fratello e chi no. Integra i primi, esclude i secondi. Insomma, la fratellanza definisce un noi collettivo per opposizione a chi al noi non appartiene, e tiene a distanza o emargina. Dà a questo noi la possibilità di fare corpo. Ma non c’è un noi senza un loro. Debray enuncia il principio che «nascendo dall’avversità, le comunità fraterne stentano a rinunciare agli avversari». Si fraternizza bene soprattutto contro l'avversario comune.
Da notare anche certe differenze di natura tra la fratellanza e gli altri concetti della triade repubblicana, eguaglianza e libertà. La prima differenza è che libertà ed eguaglianza possono essere poste come diritti: ci sono «diritto alla libertà», «diritto all’eguaglianza». Libertà ed eguaglianza possono inoltre specificarsi: libertà d’espressione, di possibilità, ecc. La fratellanza non ha genitivo. È meno un diritto che un imperativo, perfino un obbligo. Ci si batte pro o contro la libertà e l’eguaglianza, il che spiega come l’una e l’altra, quando s’affrontano fautori e detrattori, possano dividere. La fratellanza invece riconcilia. Si è riuniti perché l’obbligo è di tutti verso tutti, di ciascuno con gli altri.tra differenza importante è che eguaglianza e libertà sono nella prospettiva dei diritti applicabili ai soli individui. Possono divenire valori individuali, mentre la fratellanza implica, per definizione, una comunità o una collettività. Tale bene non è un attributo dell’individuo, ma del sociale e della socievolezza: non c’è fraternità del singolo. Nel crescente disgregarsi del legame sociale, solo il concetto di fratellanza può ridarci un noi e rianimare il progetto collettivo. Le democrazie popolari si riferivano all'eguaglianza; le democrazie liberali alla libertà. È sulla fratellanza, fondata sul partecipare alla cosa pubblica della maggioranza dei cittadini, che vanno fondate le democrazie organiche.
(Traduzione di Maurizio Cabona)

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POLITICA
26 luglio 2010
'' DESTRA-SINISTRA: VERSO LA FINE DI UNA DIVISIONE ? ''

di Alain de Benoist
(Direttore di Krisis Parigi. Relazione svolta al Convegno "l'Europa e il futuro della politica")

Si è soliti far risalire la comparsa delle nozioni di destra e di sinistra al 28 agosto 1789, data in cui gli Stati Generali, riuniti sin dal mese di maggio e trasformati in Assemblea Costituente, intavolarono a Versailles un dibattito sul diritto di veto del re. I partigiani di questo diritto di veto vennero a posizionarsi alla destra del presidente dell'esecutivo, mentre i loro avversari si installarono alla sua sinistra. Si trattava dunque, in origine, di una distinzione puramente topografica. Questa opposizione sinistra-destra ha nondimeno conosciuto, nel corso di due secoli, la fortuna straordinaria di cui tutti sanno. Tutta la questione che si pone è di sapere se l' asse sinistra-destra sia ancora pertinente oggi per analizzare la vita politica, o se questa divisione, nata con la modernità, non stia scomparendo insieme ad essa.

Personalmente, ritengo che la seconda ipotesi sia quella buona, anche se l'opposizione sinistra-destra continua apparentemente a strutturare il campo politico, in particolare in occasione delle grandi scadenze elettorali. A questo riguardo, mi atterrò a tre categorie di osservazioni.

1) Da qualche anno, tutti i sondaggi effettuati in Europa concordano nel dimostrare che agli occhi di una maggioranza di cittadini la divisione sinistra-destra è sempre più sprovvista di significato. La sinistra e la destra sussistono, ma sussistono come delle "immagini spaziali" dal contenuto impreciso: ciò che le distingue viene percepito in misura sempre minore. In Francia, a marzo 1981, il 33% degli elettori stimavano che le nozioni di destra e di sinistra fossero superate e non permettessero più di rendere conto delle posizioni dei partiti politici. A febbraio 1986, erano già il 45% a stimarlo; a marzo 1988, il 48%; a novembre 1989, il 56%. Quest'ultima cifra si ritrova in occasione degli altri due sondaggi pubblicati a dicembre 1990 e a luglio 1993. Da allora, non sembra essere variata.

Questa evoluzione è notevole per almeno tre ragioni. Innanzitutto, perché manifesta una tendenza che si accentua regolarmente: di anno in anno, la differenza fra la sinistra e la destra perde un po' più della sua visibilità. In secondo luogo, perché si tratta di un'evoluzione rapida: è bastata una decina di anni perché la credibilità della distinzione sinistra-destra perdesse più di 20 punti nell'opinione pubblica. Infine, perché questa evoluzione si verifica in tutti i settori dell'opinione pubblica: un sondaggio realizzato ad aprile 1988 ha anche permesso di constatare che è proprio a sinistra che questa convinzione riguardo al carattere obsoleto delle nozioni di destra e di sinistra ha progredito maggiormente dal 1981.

Una delle cause principali di questa evoluzione dipende dal "riposizionamento al centro" dei programmi dei partiti politici. L'accumularsi delle delusioni e delle disillusioni provocato dal crollo di ideologie poc'anzi egemoni, che ha toccato il suo apice con l'implosione del sistema sovietico nel 1989, ha fatto perdere ogni credibilità a modelli storico-sociali di tipo rivoluzionario o restaurazionista. L'idea che possano ancora esistere vere alternative politiche si è in ugual misura cancellata. Dal momento che il dibattito finisce sempre più col riguardare non tanto le finalità della vita sociale, quanto i mezzi migliori per raggiungere degli obiettivi sociali che quasi nessuno mette più in discussione, la vita politica sembra ridursi ad una semplice alternanza fra il centrodestra e il centrosinistra o, se si preferisce, fra il social-liberismo e il liberalismo sociale. I programmi dei partiti si distinguono quindi in misura sempre minore, il che spiega la personalizzazione sempre più accentuata dei confronti elettorali: gli uomini politici sono "lanciati" come delle marche pubblicitarie, dato che la vita politica è sempre più una questione di "immagine" e di comunicazione. Lo stesso fenomeno, del resto, è ugualmente percepibile nel mondo dei media. La stampa di opinione scompare a poco a poco, mentre il contenuto dei principali giornali o dei programmi dei diversi canali televisivi diventa intercambiabile.

La crisi della rappresentanza è una delle conseguenze dirette di questo riposizionamento al centro. Contrariamente a quanto affermano i teorici del "mercato politico" (secondo i quali l'elettore si definisce innanzitutto come un agente che cerca, in occasione degli scrutini, di massimizzare razionalmente il suo migliore interesse), il voto è in effetti prima di tutto un mezzo di rappresentanza e di affermazione di sé. Ora, quando l'elettorato ha la sensazione che nessuna alternativa gli sia offerta dai partiti che si disputano il potere, questo elettorato non può che disinteressarsi di un gioco politico che non gli permette più di esprimere attraverso il suffragio un'appartenenza o un'affiliazione. L'esito di quella che Pierre Rosanvallon ha chiamato la "democrazia di identificazione" si traduce allora nell'aumento dell'astensione. In certi paesi, non è più raro il fatto che il numero dei votanti non rappresenti che una minoranza rispetto agli iscritti.

Un' altra conseguenza del riposizionamento al centro dei partiti politici è il notevole aumento della volatilità elettorale. Questo fenomeno, che va di pari passo con la cancellazione delle famiglie politiche tradizionali, consiste per l'elettore nel "provare" successivamente partiti diversi, cercando di prendere a destra e a sinistra tutto ciò che gli sembra buono - con un effetto di rotazione tanto più rapido quanto più regolarmente le sue speranze sono deluse. Anche qui, fornirò l'esempio della Francia. Nel 1946, François Goguel aveva calcolato che, fra il 1877 e il 1936, l'equilibrio delle forze fra l'insieme delle destre e l'insieme delle sinistre non era mai variato di più del 2%. Oggi si sa che il 17% degli elettori di estrema sinistra alle legislative del 1986 hanno votato per un partito di destra al primo turno dell'elezione presidenziale del 1988 - e che, viceversa, il 60% degli elettori di François Mitterrand nel 1988 si sono rifiutati di votare socialista nel 1993.

Tutta questa evoluzione ha come sfondo un incontestabile declino della sfera politica. Questo declino interessa varie dimensioni. Secondo l'analisi classica che ne aveva fatto Carl Schmitt negli anni Trenta, la sfera politica è sempre più privata delle sue prerogative da parte della doppia polarità della morale, rappresentata dalla voga dell'ideologia dei diritti dell'uomo, e dell'economia, rappresentata dall'onnipotenza dell'ideologia della merce e del profitto. In data più recente, la globalizzazione ha comportato una cancellazione relativa delle frontiere che, al di là della crisi generalizzata delle istituzioni alla quale assistiamo, ha colpito in pieno gli Stati-nazioni che erano stati gli attori principali della vita politica all'epoca della modernità: gli stati e le nazioni perdono ogni giorno un po' più della loro importanza a vantaggio delle comunità e delle reti.

Ma occorre ugualmente tener conto della tecnica. Da parecchi decenni, non è più tanto dalla vita politica, quanto dallo sviluppo incontrollato (e sempre più rapido) delle tecnologie che risultano le principali trasformazioni sociali: la contraccezione, l'automobile, la televisione, la rete Internet, domani le biotecnologie, per non citare che qualche esempio, hanno cambiato la vita delle società più radicalmente di quanto non sarebbe stato capace di fare alcun atto di governo. Parallelamente, si è assistito al progresso di un pensiero tecnico che tende spontaneamente ad instaurarsi come "pensiero unico". La sua caratteristica principale è quella di portare a credere che le scelte politiche e sociali siano un puro affare di competenza razionale, cosicché per ogni problema non possa esservi che un'unica soluzione. L'azione politica si trova così ad essere ridotta al rango di una semplice tecnica di gestione amministrativa, il che non manca di contribuire all'abbandono di ogni riflessione sulle finalità sociali, ma anche all'idea che le tendenze profonde della vita sociale rientrano oramai nel campo dell' "ineluttabile". Questa è, beninteso, una negazione dell'essenza della sfera politica, ma anche della vita democratica, nella misura in cui, come ha scritto Pierre Rosanvallon, per gli esperti, "il pluralismo risulta sempre o da un malinteso, o da una mancanza di intelligenza: da una parte, ci sono gli esperti che sanno, dall'altra, degli individui che non sanno. Ai secondi basta essere razionali, bene informati, per conformarsi al parere dei primi".

2) Non toccherò in questa sede il problema di sapere se la destra e la sinistra si possano analizzare in modo retrospettivo come delle essenze, degli idealtipi, dei tipi psicologici, degli aggregati ideologici, ecc. Sono sempre esistite diverse destre e diverse sinistre, e resta ugualmente aperto il problema di sapere se alcune di queste destre ed alcune di queste sinistre non abbiano avuto, in passato, più affinità fra di loro di quanta non ne avessero con le loro presunte rispettive famiglie. Ciò che vorrei sottolineare, e questa sarà la mia seconda osservazione, è il fatto che i principali dibattiti che, nel corso di due secoli, avevano mantenuto la distinzione destra-sinistra, sono oggi essenzialmente terminati.

Il primo di questi dibattiti è quello che si riferiva alle istituzioni. E' ovviamente cominciato con la Rivoluzione del 1789 ed ha opposto per poco meno di un secolo i fautori della Repubblica, i partigiani di una monarchia costituzionale ed i nostalgici della monarchia di diritto divino. Il secondo dibattito, a partire dagli anni 1880, riguardava la questione religiosa. Tale dibattito, che opponeva i fautori di una concezione "clericale" dell' ordine sociale ai partigiani di una concezione puramente laica, si è tradotto per vari decenni in polemiche così violente che, per qualche tempo, è sembrato anche identificarsi interamente con la divisione destra-sinistra. Ora, questi due dibattiti oggi sono divenuti obsoleti. Le famiglie di pensiero ostili alla Repubblica sono state progressivamente respinte ai margini del ventaglio politico. Tutti oggi sono democratici, o almeno sostengono di esserlo. Le definizioni date qua e là della democrazia possono certo variare, se non opporsi, ma è già significativo il fatto che la discussione avvenga riguardo al medesimo referente democratico (ed al suo interno). Quanto al criterio religioso, esso da molto tempo non è più un criterio di identificazione che possa far prevedere dei comportamenti politici.

L'ultimo dibattito è il dibattito sociale. Intrapreso nel 1830, quando il capitalismo si impose alle forme economiche ereditate dal passato, aprendo in tal modo il fronte di una lotta di classe fra la borghesia e il proletariato, tale fronte si è accentuato con lo sviluppo della società industriale, la nascita del socialismo e lo sviluppo del movimento operaio. Interrotto per qualche tempo in occasione dell' "unione sacra" della Prima Guerra Mondiale, dal 1917 esso si è risollevato con forza. Sul piano politico, a partire dal 1920, essere di sinistra non significa più solamente essere repubblicano (poiché tutti sono repubblicani), né essere laico (poiché vi sono dei cattolici di sinistra). Vuol dire essere socialista o comunista. Divisa fra riformisti e rivoluzionari, la sinistra si identifica allora con la pianificazione e con il controllo dell'economia da parte dello Stato, dato che il suo obiettivo è quello di assicurare l'emancipazione collettiva, per mezzo di istituzioni economiche e sociali che realizzino una sorta di contrattualismo generalizzato, attraverso la collettivizzazione dei mezzi di produzione.

Questo progetto statale e produttivistico è crollato sotto l'effetto congiunto della scomparsa del modello sovietico e dell'esaurimento dello Stato-Provvidenza, mentre la classe operaia, divenuta essa stessa sempre più riformista e fautrice del consumerismo, non cessava di evaporare quantitativamente. Un po' dappertutto, la sinistra ha aderito in maggioranza all'economia di mercato, se non alla logica del capitale, della quale non è stata l'ultima a favorire il progresso.

Ancora verso la metà degli anni Sessanta, più si era cattolici, più si votava a destra; e, sul piano sociale, più si era operai, più si votava a sinistra. Dieci anni più tardi, questo già non era più del tutto vero, data la progressione del voto di sinistra degli strati medi stipendiati, dei quali gli effettivi sono più che raddoppiati fra il 1954 ed il 1975 per l'espansione del settore terziario e dei servizi. Da allora, questo movimento si è ampiamente sviluppato. In Francia, il sentimento di appartenenza a una classe sociale, così come lo misurano regolarmente i sondaggi, è caduto dal 68% del 1976 al 56% del 1987 - ed è maggiormente calato presso gli operai, passando dal 74% al 50%. Quanto al voto cattolico, esso si distribuisce ormai in tutti i settori dell'opinione pubblica: fra il 1978 ed il 1988, la correlazione fra voto di destra e pratica religiosa è calata di venti punti.

A partire dagli anni 1990, la sinistra ha cominciato a perdere la sua base popolare. In Francia, il 75% degli operai avevano votato per i partiti di sinistra alle legislative del 1978. Non erano più che il 42% nel 1993. Viceversa, mentre solo il 20% dei dirigenti d'azienda, che rappresentano gli strati borghesi degli stipendiati, avevano votato a sinistra nel 1973, sono stati il 51% di loro a farlo nel 1997 (ed anche il 69% per quanto riguarda i dirigenti del settore pubblico).

Questo fenomeno di "gentryficazion" della socialdemocrazia si osserva oggi un po' dappertutto. In Austria, l'entrata al governo del partito di Jörg Haider ha avuto per causa principale un trasferimento di voti dell'elettorato operaio. In Italia, i partiti di sinistra non hanno smesso da qualche anno di perdere voti negli antichi bastioni industriali e operai del nord del paese. In Spagna, i sindacati dei salariati hanno aderito massicciamente al centrodestra di José Maria Aznar. Altrove, è a vantaggio di formazioni "trasversali", atipiche o populiste, che l'antico voto di sinistra si è spostato. I conflitti sociali ovviamente non sono scomparsi, ma non possono più essere ricondotti meccanicamente a una dimensione di classe: il fenomeno dell'esclusione, generato dalla comparsa di una disoccupazione non più congiunturale, ma strutturale, attraversa le antiche frontiere sociali.

Uno dopo l'altro, i criteri che si supponeva fossero costitutivi della divisione sinistra-destra tendono a cancellarsi. Di fronte a una destra spesso tacciata di conservatorismo, la sinistra ha a lungo asserito di rappresentare il partito del movimento del progresso. Oggi, è il "turbocapitalismo" liberale ad essere all'avanguardia del progresso tecnologico e della globalizzazione finanziaria, mentre le critiche più significative, e a volte le più pertinenti, nei confronti di questo progresso tecnologico e di questa globalizzazione provengono dai partiti "verdi", che in genere sono classificati nella parte sinistra del ventaglio politico.

Anche la nozione di uguaglianza, della quale Norberto Bobbio persisteva di recente a fare il discriminante essenziale della divisione destra-sinistra, ha perso della sua importanza. Nell'analisi classica di sinistra, la disuguaglianza era posta come oppressiva a priori, tanto che la libertà era in qualche modo votata a negare se stessa, nella misura in cui, permettendo le disuguaglianze, portava a creare oppressione. Oggi, numerosi uomini della sinistra hanno rinunciato a credere che l'uguaglianza delle condizioni sia possibile, se non auspicabile. Molti distinguono ancora fra disuguaglianze "giuste" e "ingiuste", si preoccupano di uguaglianza delle possibilità più che di uguaglianza dei risultati - e, piuttosto che di uguaglianza astratta, preferiscono parlare di equità (il che implica il fatto di tenere conto delle situazioni particolari degli individui e dei gruppi). Viceversa, a destra la nozione di disuguaglianza, nel senso politico del termine, è stata oggetto di una rivalutazione positiva - uguaglianza sostanziale che risulta non tanto dall'affermazione di un diritto, quanto dal riconoscimento di uno statuto: i cittadini di un paese democratico debbono godere di diritti politici uguali, non perché la loro natura o le loro capacità sono identiche, ma perché sono ugualmente cittadini di questo paese.

3) La mia ultima osservazione sarà più breve. Essa consiste in questa constatazione del fatto che la divisione sinistra-destra semplicemente non permette più di comprendere, di analizzare, né soprattutto di prevedere le prese di posizione suscitate dagli avvenimenti ai quali assistiamo. Che si tratti della Guerra del Golfo o dell'intervento della NATO in Kosovo, della riunificazione della Germania e delle sue conseguenze, dei negoziati in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), delle controversie a proposito delle identità culturali e del multiculturalismo, del centralismo e del federalismo, della parte di autonomia attribuibile alle regioni, della globalizzazione, delle biotecnologie, ecc., tutti i grandi dibattiti che hanno avuto luogo in questi ultimi anni hanno prodotto delle distinzioni che non possono essere ridotte alle divisioni tradizionali. Le linee di frattura sono oramai trasversali: passano all'interno della destra come all'interno della sinistra, che dividono e ricompongono in maniera inedita. Sapere di qualcuno che è "di destra" o "di sinistra" non permette dunque in nessun modo di sapere ciò che pensa concretamente delle principali questioni con le quali questo inizio del XXI secolo si confronta. La divisione destra-sinistra non è più operativa come griglia di lettura dell'avvenimento.

*
"La forma politica della modernità, ha scritto Serge Latouche, è allo stremo perché ha finito la sua corsa. La destra e la sinistra hanno realizzato il loro programma nei suoi aspetti essenziali. La destra illuminata e la sinistra rivendicavano l'eredità dei Lumi, ma né l'una né l'altra la rivendicavano interamente. Ciascuno ha visto realizzarsi la sua parte di programma. La sinistra, il cui immaginario si ricollega al versante radicale dei Lumi, adorava il progresso, la scienza e la tecnica; da Condorcet a Saint-Simon, si ritrovano i medesimi temi. La destra liberale ed illuminata, da Montesquieu a Tocqueville, esaltava la libertà individuale e la concorrenza economica. La sinistra reclamava il benessere per tutti, e la destra la crescita e il diritto di godere del frutto delle proprie imprese. Non senza sussulti e crisi, lo Stato moderno ha realizzato tutto ciò".

Si avrebbe torto a concludere che le tesi sulla "fine della storia" o sulla "fine delle ideologie" sono giustificate. Stiamo assistendo piuttosto all'inizio di una nuova fase storica e alla creazione di nuove concrezioni ideologiche. Il fatto che, nel corso degli ultimi due secoli, il contenuto della divisione sinistra-destra sia cambiato costantemente mostra che non esistono né "destra metafisica" né " sinistra assoluta", ma solo delle posizioni relative e dei sistemi di relazioni, che si compongono e si ricompongono continuamente; se li si vuole comprendere, non li si può astrarre dal loro contesto. In ogni epoca, certe opposizioni scompaiono o perdono della loro importanza, mentre altre, che sembravano secondarie, vengono improvvisamente ad occupare il primo piano.

La crisi attuale della divisione destra-sinistra non significa dunque che non ci saranno mai più destra né sinistra, ma vuol dire che nell'epoca della tarda modernità - o della postmodernità nascente - questa divisione ha perso l'essenziale di ciò che prima costituiva la sua giustificazione. L'avvenire vedrà la creazione di nuove divisioni, poiché la vita politica implica malgrado tutto il mantenimento del pluralismo e della diversità, ma queste nuove divisioni non potranno essere ridotte a quelle che abbiamo conosciuto fino ad ora. Il dibattito fra i fautori del federalismo e quelli dello Stato-nazione, quello che oppone i liberali ai comunitari, per non prendere in considerazione che due esempi, non hanno evidentemente più niente

a che vedere con la distinzione sinistra-destra. Riflesso di un'epoca che si conclude, quest'ultima ha fatto il suo tempo. E' un cambiamento di paradigma quello al quale assisteremo.

da 'Socierà Libera'
 

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politica interna
2 luglio 2010
Quale "purificazione" sarà mai possibile in Italia?

 

Alessandro Giuli, prendendo lo spunto dalla ristampa di un saggio di Luciano Lucci Chiarissi a vent’anni dalla sua morte (Il Foglio, 30 giugno), scrive un concetto che nessuno fino ad oggi aveva mai osato esporre: la necessità, per la nazione italiana, di doversi “purificare” del sangue dei vinti della guerra civile 1945-1945 e oltre, rifacendosi ad un ancestrale ricordo: l’aver chiamato gli ateniesi il sapiente Epimenide “affinché purificasse una città divenuta empia nel fratricidio”. E’ possibile, dunque, come scrive il vicedirettore, far che ciò accada nell’Italia del 2010: “risanare comunitariamente gli effetti della strage domestica (qualunque strage) per tornare cittadini della stessa polis, della stessa patria”? Appunto: “purificare”.

Mi pongo due domande. Se i tempi sono maturi perché questo sia possibile, e in che modo potrebbe essere possibile.
Sono trascorsi 65 anni da allora - diciamo tre generazioni? - eppure il passato continua a non passare. Per almeno un paio di motivi: il primo è che gli eredi ufficiali degli ex vinti hanno ammesso, per bocca dei loro legali rappresentanti, che “i vincitori avevano ragione” e che quindi gli sconfitti hanno fatto bene a venir sconfitti; il secondo è che gli eredi ufficiali del ex vincitori continuano considerarsi ancora il bene in Terra e quindi di non fare alcun passo in alcuna direzione. Dopo tutto quanto ormai si sa di quella lontana e tragica stagione, entrambe le posizioni appaiono incomprensibili, o meglio comprensibili soltanto alla luce di una ideologia che continua a prevalere su tutto e che ottenebra non solo il sentimento ma anche la ragione. Se ciò era comprensibile sino agli anni Sessanta, sino agli “anni di piombo” allorché le Brigate Rosse – è bene ricordarlo – presero le armi spesso loro consegnate da ex-partigiani per portare a termine una “Resistenza incompiuta”, per vendicare una “Resistenza tradita”, oggi il tutto sembra irragionevole.

Se ne sentono, se ne leggono e se ne vedono sintomi quotidiani. Ne cito alcuni delle ultime ore: su Indymedia si sono scatenate le iene che affermano, a proposito del povero Taricone, che “l’unico fascista buono è quello morto” e c’è chi scrive “di aver goduto come un porco” alla notizia; a Genova non si è potuto svolgere un convegno sulla sommossa del luglio 1960 per paura di disordini e ritorsioni da parte della sinistra extraparlamentare (ancora esiste): diciamo che è trascorso appena mezzo secolo da quegli avvenimenti; tra scrittori e critici letterari si sta scatenando in alcuni siti della Rete una polemica sulle opinioni del letterato di sinistra Andrea Cortellessa il quale per tacitare un suo critico che si cela dietro lo pseudonimo maoista di Wu Ming 1, non ha che tacciarlo di “fascista”, l’offesa definitiva che non ammette replica (e del resto, sempre su Indymedia non c’è stato or ora qualcuno che ha dato del fascista nientepopodimenoche a… Roberto Saviano?); dulcis in fundo la 74enne Dacia Maraini dalle colonne del Corriere della Sera (29 giugno) ha incitato i giovani a iscriversi all’Anpi perché “la resistenza non sia solo la memoria del passato ma pratica del presente”. E porta come prova un elenco di neo iscritti resistenziali Giuliano Montaldo (anni 80), Gustavo Zagrebelsky (anni 67), Margherita Hack (anni 88), Vincenzo Consolo (anni 77), Liliana Cavani (anni 77), Andrea Camilleri (anni 85), Mario Monicelli (anni 95), Lucio Villari (anni 77), Franca Rame (anni 81). C’è anche Dario Fo (anni 86), iscrittosi all’Anpi di certo per far dimenticare il suo passato di militare della Rsi. Dunque: resistere, resistere, resistere!

Se la situazione è questa come e quando potrà avvenire “il reciproco riconoscimento con il nemico” (scrive Giuli citando Luciano Lanna) o come, aggiunge il vicedirettore, sarà possibile “dare voce al sangue dei vinti abbracciando l’intero spettro delle ragioni dei contendenti”? Cosa pensino i superstiti familiari di quei numerosissimi vinti, lo ha raccontato Giampaolo Pansa nei suoi libri. E che essi siano ancora lì ad aspettare questa “purificazione” lo dice già il titolo del suo prossimo libro in uscita in autunno che sarà I vinti non dimenticano. La frase di Cesare Pavese citata da Lucci Chiarissi e ripresa da Giuli è quella famosissima e dimenticatissima: “Anche il vinto è qualcuno, dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare voce a questo sangue”. Ma “placare il sangue dei vinti” possono farlo solo ed esclusivamente i vincitori: i vinti, nei loro rappresentanti politici, dando ragione piena, assoluta, senza tentennamenti alle ragioni dei vincitori non lo hanno certo “placato”, né “dato voce”. Lo hanno puramente e semplicemente tradito, senza mostrare alcuna vergogna né ripensamento. Se la dovranno vedere con la loro coscienza, sempre che l’abbiano.

Come è dunque possibile – passo alla seconda domanda che mi sono posta – concretamente possibile questa “purificazione”? In una civiltà laica e secolarizzata come la nostra, che non è l’Atene del VI secolo a.C. quando si credeva negli dèi, nelle punizioni divine, nell’empietà, che si può fare se non un atto laico ma di grande simbolismo? E quale potrebbe mai essere? Potrebbe essere quello esplicitamente indicato nei giorni dopo lo scorso 25 aprile da Stefania Craxi, figlia di Bettino e sottosegretario dell’attuale governo, ma già invocato nel 2004 da Giampaolo Pansa in una intervista radiofonica al sottoscritto: nessuno se ne diede per inteso, silenzio assoluto, mentre per la Craxi sono piovute le invettive. E cioè: che una rappresentanza istituzionale il prossimo 25 aprile vada in quel di Piazzale Loreto, luogo della “macelleria messicana” come la definì Parri, e vi deponga una corona di fiori. Un atto di pietà umana, del riconoscimento degli orrori commessi dalla resistenza, un atto bestiale ascrivibile alla “lotta di liberazione”, non certo un “riconoscimento” o una “legittimazione” del fascismo, secondo quella che sarebbe un’ovvia accusa: questo le famiglie delle migliaia di caduti della Rsi, probabilmente nemmeno lo cercano.

I russi non hanno ammesso infine le colpe del massacro di Katyn? Di recente il neo premier britannico Cameron non ha ammesso le colpe della “domenica di sangue”? E non potrebbe il presidente della Repubblica Napolitano, ex comunista, e proprio per questo, avere il coraggio di concludere il suo settennato con un grande atto per cui passerebbe alla storia? Continuerò a difende la libertà anche dopo gli 85 anni, ha detto di recente. Deporre quella corona di fiori non sarebbe un atto di libertà anche nei confronti della sua stessa coscienza e a nome della coscienza della nazione tutta? Non sarebbe questo in fondo piccolo e semplice atto quel “risanare comunitariamente gli effetti della strage domestica  per tornare cittadini della stessa polis, della stessa Patria”? Non chiediamo, anche se sarebbe opportuno, che il presidente della Repubblica sia accompagnato da tutte le altre tre alte cariche dello Stato, perché sicuramente una di esse, il presidente della Camera, per tener fede alle sue molte democratiche e definitive esternazioni, non accetterebbe. Risparmiamogli una figuraccia e magari una crisi istituzionale…

di Gianfranco de Turris

CULTURA
16 maggio 2010
La salute totalitaria

Negli anni Trenta si schedavano gli italiani per migliorarne le caratteristiche “biotipologiche”. Oggi siamo più buoni e allarghiamo l’idea di malattia a quella di disturbo. Una medicina che cura i sani. Analogie?

Si sente dire tante volte la frase “chi non conosce la storia passata è condannato a riviverla” da averne quasi la nausea. Quantomeno proviamo a conoscerla, questa storia passata. Ecco alcune reminiscenze che potranno forse suscitare riflessioni attuali. Negli anni Trenta, sull’onda crescente della passione mussoliniana per il tema del miglioramento della “razza italica” un’attenzione particolare si accentrò sugli immigrati, per lo più veneti, che avevano popolato le paludi pontine bonificate. Era la grande occasione  - si disse - per sperimentare un miglioramento scientificamente guidato di un gruppo umano che poteva diventare il modello di una nuova razza italica rigenerata. Il modno scientifico - biologi, antropologi, demografi - si lanciò compatto nell'impresa e si parlò di un "grande laboratorio di biologia umana" che doveva basarsi su un censimento, un'indagine delle caratteristiche somartiche e demografiche degli immigrati. Fu la sagra delle schedature volta a formare un grande archivio delle famiglie. vi fu il "foglio antropografico" dell'antropologo Sergio Sergi.


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30 aprile 2010
Fini ma non troppo

Ha molte ragioni, ma non dovrebbe dissiparle tra litigi e comparsate tv

Nella sua autorevole galleria di buone ragioni culturali, c’è un errore politico che Gianfranco Fini deve evitare di commettere. Consegnarsi all’impazienza, alla foga e sopra tutto al retropensiero di non essere compreso da amici e avversari se non in ragione – espressione sua – di un iperattivismo pubblico e mediatico sempre più compulsivo. Nessuno, a parte i soliti forsennati, nelle attuali condizioni gli negherà il diritto di occupare la presidenza di Montecitorio in omaggio a un merito personale condiviso con la coalizione uscita vincitrice dalle elezioni politiche del 2008. Né certo si vorrà rinunciare al suo prezioso ruolo di collegamento istituzionale con il presidente della Repubblica e con le figure meno faziose dell’opposizione democratica. Diversamente, sarebbe anzitutto il centrodestra a patirne le conseguenze in fatto di incomunicabilità e tensione generalizzata. Ciò detto, Fini dovrebbe ricordare prima di tutto a se stesso che l’indipendenza della propria carica è un bene da salvaguardare con un contegno impersonale e costruttivo. Sicché proprio non giova la sua recente inclinazione a improvvisarsi commesso viaggiatore televisivo in attrito permanente con il centralismo carismatico berlusconiano.

Che vale, infatti, rivendicare autonomia di giudizio e di pensiero se poi questa dote viene dissipata sbrigativamente nel cortile rissoso delle correnti interne al Popolo della libertà, o peggio ancora nel duello mal dichiarato con l’antipatizzante direttore del Giornale? Si sta insinuando nel comportamento finiano una frettolosa agitazione incompatibile con certe sue promesse cui vogliamo continuare a credere: non vuole scavare nel Pdl una galleria sotterranea per sé e per gli scontenti pronti alla diserzione; non intende sabotare un naviglio che fino a ieri sembrava destinato a copilotare nel mare aperto dei successi elettorali; non inquinerà il proprio diritto alla differenza d’opinione con il raggruppamento di nuovi colonnelli senza truppe. Ecco, se le cose stanno ancora così, Fini si calmi e magari imponga a se stesso ciò che ha appena inflitto ai suoi pensatori di FareFuturo: silenzio meditativo per almeno sette giorni. Sennò, a forza di controcanti, si guasta la voce.

politica interna
30 aprile 2010
Destra, ultima fermata

 

L’impossibilità di fare futuro oltre il berlusconismo. Mentre la Lega vince imponendo la sua prassi 

In principio fu la scoperta degli Hobbit, dopo di che gli altri cominciarono a scoprire “il noi” contenuto nella parte di mondo chiamata “destra”. Un modo di stare insieme secondo un alfabeto fatto di saghe, epiche, maghi, minuscoli guerrieri, foreste infestate di orchi e fiammeggianti sovrani della luce. Stupidaggini, forse. Proiezioni adolescenziali, magari. E tutto ciò fu rubato dalle pagine di Tolkien pur di non perpetuare il rancore di una pesante eredità: la sconfitta militare e un Dopoguerra eterno annodato al collo peggio di un cappio da cui penzolare nella certezza inamovibile dell’inutilità di stare al mondo. Figurarsi quanto utile, invece, per la destra, era quel tentativo di stare nella scena politica. Qualcuno ci lasciava la pelle. Era ancora il tempo in cui c’era il regime e l’arco costituzionale. Si faceva la lotta al sistema.
Non era più sufficiente risolverla con la colla e il secchio dell’attacchinaggio. Bussava alle spalle della giovinezza – Giovinezza! – il mito più che capacitante di farla finalmente estetica, la battaglia politica: e giù con i Campi Hobbit, allora.

Sono i raduni di una destra “anni Settanta”, non propriamente una replica di Parco Lambro, neppure una presa di Fiume, piuttosto un esperimento riuscito di “destra”: comunitarista e non democratica, libertaria e non liberale, militante e non militarista, plurale e non occidentale, creativa e non museale e perfino anche musicale. Succedeva questo in Italia quando tutti, con faciloneria, pensavano fossero solo addestramenti paramilitari quelli dei Campi Hobbit dove, in luogo di confrontarsi “con l’egemonia degli altrui paradigmi culturali”, poter sfoggiare Ray-Ban e scarpe a punta. Furono – insieme a tanti convegni e al proliferare di riviste intellettuali tra le quali Elementi e Diorama Letterario – l’apice della Nuova Destra. E qualcosa di ancora più nuovo, a destra, dopo quell’esperimento che vide in Marco Tarchi l’animatore e il leader, non c’è più stato. Fu l’unico momento in cui la destra entrò in un mondo dal quale si era da sempre “autoesclusa”.
A maggior ragione con una “destra” al governo. Esclusa comunque. Nulla è mutato rispetto al passato. Per dirla con Tarchi, “la destra non sapeva partorire niente che andasse al di là di una produzione intellettuale di seconda scelta, una sub-cultura (in termini gerarchici), come qualcosa che si collocava sotto il livello della cultura vera”. E ancora adesso, malgrado il governo del paese, è così.

E fin qui ce la caviamo con i modi del prologo.
Le cose della teoria hanno i piedi per camminare e siccome tempo n’è passato da allora, il filo si riannoda a partire dall’attualità. Ecco: comunque vadano le elezioni, la destra – per come ha cristallizzato la propria fisionomia – è arrivata alla sua ultima fermata, e l’atto finale si rivela già nell’impossibilità di fare futuro (e non è un gioco di parole) oltre l’ombrello del berlusconismo.
La destra-destra, qui s’intende. E’ quella derivata dalla doppia mutazione da Alleanza nazionale in Pdl e, da questo, poi, in quel che è diventato il laboratorio della fronda finiana. Domanda delle domande, però: perché, facciamo ad esempio, la Lega di Umberto Bossi è cresciuta e si è evoluta senza farsi vampirizzare da Silvio Berlusconi – anzi, sovrastandolo ma aiutandolo non poco – mentre al contrario la destra è risultata solo un inciampo e si è dissolta nell’abbraccio con Forza Italia, anzi, creando non pochissimi disastri per sparire senza resti e senza eserciti?
La destra-destra non avrà futuro fuori dell’epoca berlusconiana. Magari esisterà la parola è sarà una qualsiasi immondezza di tipo nevrastenico pop (esempi, purtroppo, non ne mancano a furia di isterie xenofobe e occidentaliste) ma la destra derivata dalla tradizione culturale della vena ghibellina, quella della Tradizione, quella, insomma, risorgimentale del liceo classico, della caserma e di Guglielmo Marconi, non troverà più modo di essere contemporanea al proprio tempo per manifesta incapacità di disegnare, innanzitutto, il presente.

Cerco, intanto di dare a me stesso la risposta
alla domanda di prima: la Lega vince perché è prassi. Tanto per cominciare il Carroccio, che pure nasce da una comunità a guida carismatica, rende tutti gli onori al capo ma ha messo in campo fior di campioni quali Roberto Maroni – quello che materialmente sta sfasciando la mafia e la camorra –, quindi Tosi, sindaco di Verona (uno che non teme il paragone con la celebrata tradizione amministrativa delle municipalità rosse, tanto è bravo), quindi ancora un ottimo ministro come Zaia e poi ancora curiosi e ghiotti incursori della cultura, magari sconosciuti al pubblico altero dei grandi quotidiani, ma di solida tempra (sia consentita l’espressione) spirituale. Sono quelli di “Terra Insubre”. Personalmente li ho incontrati in una tavolata degna dei banchetti di Asterix e Obelix, anzi, degna dei Campi Hobbit. Ad un certo punto della discussione hanno iniziato a fare una sana litigata e se in quello stesso momento, a Capalbio, qualcuno stava accalorandosi sulle “Mine vaganti” di Ozpetek, questi almeno se le stavano ragionando le questioni a proposito del concetto di divenire: si dividevano tra hegeliani ed eraclitei. Con tanti saluti all’egemonia culturale.

E tanto per gradire, poi, la Lega che predica male con parole d’ordine ai confini del razzismo e dell’islamofobia, razzola poi benissimo se si pensa che quel fantastico Gentilini, pro sindaco di Treviso, è quello che meglio di un qualsiasi prete di frontiera ha saputo gestire l’immigrazione nella sua Alabama della Marca se è vero che più del 20 per cento delle partite Iva sono dei regolari extracomunitari. Gentilini è – giusto perché la Lega è sangue di popolo – quello che va a prendersi il tricolore di Cesare Battisti, la bandiera dimenticata nella tazza del cesso da Umberto Bossi, per stringerselo al proprio collo di vecchio alpino.
La Lega è prassi mentre la Destra è tentativo senza essere pensiero, questa è l’unica risposta possibile al perché tutto quel lavoro dei Pinuccio Tatarella e dei Beppe Niccolai (sul piano politico) e dei Domenico Fisichella e dei Marco Tarchi in illo tempore (di quest’ultimo, appunto, e del suo nuovo libro adesso parleremo) sia infine sfumato nel fallimento del Pdl. E il dramma è doppio perché anche a dover vincere le elezioni regionali, il Pdl, il partito nato dalla fusione tra Forza Italia e quel che restava di An intorno alla figura di Gianfranco Fini, è crepato. Se la Lega ha approfittato dell’opportunità del berlusconismo per realizzare i propri capitoli – sia esso il federalismo, l’immigrazione o la conquista del Veneto – la destra, al contrario, in Silvio Berlusconi – fatta salva la schiera lealista e faticatrice di Maurizio Gasparri – ha avuto un padrone cui riservare solo coltellate. Non a caso Bossi, dal palco di piazza S. Giovanni, indicando il Cavaliere ha detto: “A lui io non ho mai chiesto una lira”. Se la Lega è rimasta fedele a se stessa, la destra, a partire dalla svolta di Fiuggi, ha sistematicamente distrutto “il partito”. E questo non l’ha fatto per veicolare libertà tra i propri aderenti ma per cinturare un leader e scimmiottare una contraffazione della società civile ritenendo ogni militante un pezzo di mondo da lasciare alla deriva. Perpetuando così “un senso di inferiorità”, così diceva Beppe Niccolai, “che ha fatto sì di non cercare risorse al proprio interno ma fuori dai confini”. Da Fiuggi in poi, sempre con l’eroica eccezione della sim telefonica di Gasparri dove ancora vive un sano nocciolo identitario, è venuto meno il contatto carnale con il territorio, con l’attivismo, con la base, con qualsiasi cosa che abbia a che fare con la selezione di una classe dirigente, con la convocazione di un congresso, meno che mai con il movimentismo creativo e metapolitico di un Campo Hobbit. E, dicendo questo, la prendo alla larga per arrivare al punto.

Se la Lega ha incoraggiato al proprio interno la crescita di figure autonome (anche al costo di oscurare il capo), la Destra, oltre alla buona volontà di guastatori intercettati dalla polemica giornalista, ha seminato questa malinconica stagione del berlusconismo in crisi di grigi proconsoli fedelissimi al co-capo, ovvero quel Fini, altrettanto capo carismatico ma che a differenza del senatore Bossi, non ha ancora attratto a sé uomini autonomi, progetti e un fare presente che non sia la generica adesione alla Costituzione, al patriottismo repubblicano e alla corrente elencazione dei propositi assai in voga nell’antiberlusconismo così da guadagnare buona stampa e niente più. Un dato, questo dell’aver buona stampa, con il quale si rivela l’abolizione della passione senza sostituirla con l’intelligenza. Machiavellica va da sé. Ecco, parliamo di Tarchi. Politologo estraneo a qualsivoglia destra, ieri ideatore della più entusiasmante stagione della destra-destra (tanto da averla fatta nuova e – soprattutto – disarmante rispetto agli anatemi e ai luoghi comuni del patriottismo costituzionale di allora immutato rispetto a quello di adesso), Marco Tarchi che è uno studioso di provato spessore ha saputo scrivere un libro con la serietà propria di chi vive con distacco una stagione di cui fu il principale attore. Fu lui, infatti, a vincere un congresso contro Gianfranco Fini che dovette ricorrere a Giorgio Almirante per farsi nominare comunque alla guida del Fronte della gioventù. Poiché la storia non si fa con i se, non perdiamo di certo tempo ad immaginare cosa sarebbe diventata la destra-destra se, giusto in quel frangente, con la leadership di un Tarchi non si sarebbe certo attardata con il vecchio armamentario: perfino “il Fascismo del 2000!”.

E però, il “capire cosa potesse spingere i ragazzi che frequentavano le sezioni missine a intestare un loro raduno nazionale a un personaggio fiabesco”, è un’operazione di analisi culturale urgente specie se quasi tutta la schiera di chi era giovane allora, al fianco di Tarchi, adesso stia con Fini, su posizioni che l’attuale presidente della Camera ieri osteggiava e che oggi, al contrario, sostiene. E l’ultimo libro di Tarchi, “La Rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra” (edizioni Vallecchi, euro 18,00), è un perfetto scandaglio per rischiarare una stagione altrimenti dimenticata, specie se solo attraverso questa si può capire il come, il perché e il come mai la destra-destra di oggi al governo – pur con tutti quei protagonisti, Alessandro Campi, Luciano Lanna, Flavia Perina, Umberto Croppi, Adolfo Urso e gli altri rautiani derivati da quella stagione – abbia esaurite tutte le sue potenzialità. Era un giocattolo che doveva entrare per forza nella storia della destra, quello della Nuova Destra e con i Campi Hobbit a far da sfondo non c’è un dettaglio da scapestrati, ma la strategia metapolitica, l’unica che potrebbe definitivamente forgiare la destra senza per questo sfinire d’agguati un Berlusconi che il merito fondamentale lo ebbe: porgere l’ombrello alla cui ombra rendere fresca l’assolata solitudine di tanti. Sarebbe opportuno che, in sede di analisi e di confronto, si ricominciasse da quella stagione. Scrive Tarchi: “Le eredità ideologiche sono sempre più frequentemente rifiutate dai beneficiari e i segni delle identità originarie vengono cancellate per non creare imbarazzi negli interlocutori”. Non è il caso degli Hobbit. Nessun imbarazzo deriva dai giorni di Castel Camponeschi e di Montesarchio (alcuni dei luoghi che videro i raduni), tanto meno possono essere dimenticati i convegni della ND dove arrivavano anche intellettuali fuori area come Massimo Cacciari. Sarebbe, appunto, opportuno che si riprendesse quel filo. E che i temi proposti allora – comunità solidale, critica al liberalismo, identità plurale, la paganitas perfino – trovassero finalmente i propri tempi, questi nostri. Altrimenti ci sarebbe un’ulteriore domanda, questa: perché il partito democratico è nato e l’altra cosa lì, una destra-destra, invece, no?

di Pietrangelo Buttafuoco

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