
Abbiamo letto con sommo interesse il booklet di W. Norman Brown, The
Swastika. A study of the nazi claims of its aryan origin, New York,
Emerson Books Inc., 1933 sul simbolismo della svastica e sui risvolti di
natura ermeneutica che ebbe nella Germania nazionalsocialista. Nella
disamina delle origini, dello sviluppo e della diffusione dell’immagine
in questione, l’autore, già professore di sanscrito presso l’Università
della Pennsylvania, contesta, a ragione, l’errata interpretazione che il
Nazionalsocialismo le volle attribuire come simbolo di genesi
indoeuropea peculiare dei popoli ariani, associandolo allo stesso tempo
al concetto di purezza razziale.
Un’esegesi, quella
nazionalsocialista, smentita dalla ricerca scientifica e dalle scoperte
archeologiche e palesemente inquinata da motivazioni di natura
politico-ideologica. Gli studi sul simbolo della croce in generale,
compreso ovviamente quello dello Swastika, detto anche croce uncinata o
croce gammata (quest’ultima denominazione derivante dalla forma a gamma
maiuscola dei quattro bracci orientati ora a destra ora a sinistra) e,
nella trascrizione italiana, meglio conosciuto col termine femminile
svastica, hanno avuto notevoli sviluppi a partire dall’apparizione della
nota Encyclopaedia of Religion and Ethics, pubblicata ad Edimburgo nel
1911i. Il recente convegno sulla Croce tenutosi a Napoli nel 1999 ha
egregiamente riassunto lo status quaestionis con una serie di
interessanti interventi dei principali studiosi, pubblicati nel 2007
negli atti (ai quali si rimanda il lettore), che hanno analizzato il
simbolo della croce nei diversi contesti culturali, fornendo altresì
un’esauriente bibliografia aggiornataii. È ormai acquisito da tempo che
il segno gammato compare già nel IV millennio a.C. nelle culture
preindoeuropee dell’Anatolia e della Mesopotamia, nonché a Creta e a
Troia, e vastissima risulta essere l’area geografica e culturale di
diffusione (Europa, India, Cina e Tibet, Giappone e persino nel
continente americano). Primigenio emblema solare (la sua iconografia la
fa apparire come una sorta di ruota in movimento), come d’altra parte
molti altri segni a forma di croce riscontrabili nelle civiltà
preistoricheiii, la svastica assunse poi un’ampia varietà di significati
di natura profilattica, apotropaica e beneauguranteiv.
Tornando
all’analisi del saggio in questione, vediamo invece cosa non convince
dell’interpretazione del Brown alla luce dell’archeologia. Citando il
pensiero da lui attribuito ad Adolf Hitler in persona e ad altri leader
nazionalsocialisti che asserivano che la svastica fosse stata utilizzata
anche dai cristiani delle origini, Brown confuta tale tesi affermando
testualmente: “They [Adolf Hitler e i gerarchi nazionalsocialisti] hold,
too, that the Swastika had a special usage in early Christianity; and
this claim is equally baseless” (p. 5). Dunque, nessuna corrispondenza,
secondo l’opinione dello studioso americano, tra questo segno millenario
e il suo uso, fuori dell’ordinario, in ambito paleocristiano. Una
obiezione reiterata almeno un paio di volte nell’ambito del pamphlet,
come nel caso del paragrafo relativo ai popoli che hanno ignorato tale
simbologia (qui troviamo, tra l’altro, anche l’enunciazione dell’assenza
di tale simbolo sia in Assiria che in Palestina, anche se accompagnata
da un onesto “as far as I know”, p. 26) da lui concluso con la prudente
affermazione che la svastica era probabilmente sconosciuta ai cristiani
dei primi secoli (“Early christianity seems not to have known it”, p.
26). O ancora quando nelle conclusioni torna sull’argomento sostenendo,
non senza un pizzico di contraddizione rispetto a quanto affermato in
precedenza e con grande genericità, che la stessa non ebbe gran rilievo
nel simbolismo cristiano, in cui tale evento non solo sarebbe
accidentale ma anche tardo (“But it has held no great value in christian
symbolism, where its occurrence is only incidental and relatively late,
not primary”, p. 29).
Emerge chiaramente come le asserzioni
dell’accademico statunitense, pur se attenuate dagli incisi “sembra” o
“per quanto ne so”, o addirittura parzialmente ritrattate con una timida
ammissione di “uso accidentale”, non tengano conto, forse perché a lui
sconosciute, delle testimonianze materiali restituiteci a tale riguardo
dall’archeologia cristiana, a partire dagli studi e dalle ricerche
scientifiche del grande archeologo Giovanni Battista de Rossi
(1822-1894), padre dell’archeologia cristiana. L’epigrafia e l’arte
funeraria paleocristiane documentano, senza ombra di dubbio, che il
simbolo della svastica era, viceversa, conosciuto e utilizzato, anche se
in modo circoscritto e non sistematico, dalle prime comunità cristiane.
A questo proposito le raccolte delle iscrizioni paleocristiane di Roma,
che formano il corpus delle Inscriptiones Christianae Urbis Romae
septimo saeculo antiquiores (=ICUR), monumentale opera iniziata dal de
Rossi e ripresa da Angelo Silvagni nel 1922 (la collana è giunta al X
volume pubblicato nel 1992, mentre un XI volume è in preparazione),
attestano che nell’Urbe tale iconografia ebbe il suo maggiore utilizzo.
Allo stesso tempo figure di svastiche appaiono, seppur sporadicamente,
anche sulla ceramica, nella pittura e nella scultura funeraria
paleocristiana (gli esempi che citeremo al di fuori di Roma sono
semplicemente indicativi, perché l’indagine andrebbe accuratamente
estesa a tutto l’orbis christianus antiquus). Non pretendiamo,
ovviamente, di esaurire l’argomento in queste poche righe; è nostra
intenzione fornire soltanto alcune linee guida nell’ambito
dell’archeologia cristiana.
Da segno solare e beneaugurante delle
culture precristiane a simbolo “potenziato” nel contesto della nuova
fede - così come avviene, tra l’altro, per altre figure di croci
dissimulate (la croce ansata - il famoso ankh egizio – la croce a Tau,
oppure la figura stessa dell’ancora) utilizzate dall’arte cristiana
primitiva -, ma anche più semplicemente, a seconda dei contesti, motivo
decorativo con una millenaria tradizione alle spalle, la svastica o
croce gammata campeggia dipinta o graffita sulle lastre fittili e
marmoree dei sepolcri, nonché sugli intonaci e sulla calce di chiusura
dei loculi dei più importanti cimiteri comunitari cristiani di Roma. Il
simbolo della croce cristiana, la cui evoluzione iconografica ha per
taluni aspetti un percorso indipendente dalla rappresentazione
realistica della crocifissionev, si carica di valenze pregnanti
nell’ambito del mistero della salvezza e della redenzione, assumendo
altresì un significato cosmico: non più strumento patibolare e simbolo
di ignominia ma signum victoriae, verosimilmente allusivo alla crux
invicta, alla crux gloriosa, alla croce di salvezza, all’albero di vita,
secondo l’esegesi patristica dei secoli II-IIIvi. E se tali valori,
assunti in molti contesti e circostanze anche dall’iconografia della
croce uncinata, in virtù della sua assimilazione alla croce cristiana,
ne “accrescono” il significato in chiave cristiana, un suo ulteriore
“potenziamento”, considerando lo stretto legame del segno gammato con il
culto del Sole, lo potremmo riscontrare, ad esempio, nella
“cristianizzazione” del Sole stesso, visto ora nell’accezione del
Cristo-Helios, che già nel III secolo fece la sua apparizione nel
celebre splendido mosaico del mausoleo dei Giulii nella necropoli
vaticanavii.
Dunque, come si accennava in precedenza, è l’epigrafia
funeraria dei più significativi cimiteri comunitari romani (S. Callisto,
Domitilla, Calepodio, Pretestato, SS. Marcellino e Pietro, Ciriaca o S.
Lorenzo, S. Agnese, cimitero Maggiore, Priscilla, Trasone, cimitero dei
Giordani, Panfilo, Bassilla o S. Ermeteviii) che annovera il maggior
numero di figure di croci gammate rappresentate da sole od associate ad
altri simboli cristiani. In molti casi tali iconografie completano i
testi funerari, pervenutici sfortunatamente in massima parte lacunosi
per la frammentarietà dei monumenti. Tra la messe di figure solitarie di
croci uncinate, dipinte in rosso, incise o graffiteix, si segnalano in
particolare due iscrizioni: la prima proveniente dall’area cimiteriale
tra l’Appia e l’Ardeatina (ICUR IV, 12775), dove la figura della
svastica, che ingloba le lettere t-o-i-a, sembra formare una sorta di
acrostico, sciolto in totila (il gamma discendente destro a formare la
lettera l), verosimilmente il nome del defunto. La seconda, incisa al
centro di una lastra marmorea nella cd. Cripta di S. Emerenziana del
cimitero Maggiore sulla Via Nomentana, chiude il loculo di un infante.
In questo caso, come commenta anche il curatore del volume, è chiara
l’allusione alla croce di Cristo (“nullus dubito quin signo eiusmodi in
media tabula solitario insculpto crux Christi significari voluerit” ICUR
VIII, 22921). Una menzione a parte meritano invece due sepolcri recanti
una teoria di svastiche dipinte che risaltano sull’intonaco bianco dei
loculi: uno è quello della catacomba dei Giordanix; l’altro si trova
nella galleria 17, detta di Gorgonia, nel cimitero di Panfilo sulla
Salaria Vetus (ICUR X, 26541); qui la fronte intonacata del loculo,
anepigrafe, mostra al centro la figura dipinta in rosso di un’ancora
affiancata alle estremità da quattro croci uncinate, anch’esse dipinte
in rosso. La presenza dell’ancora associata alle svastiche è da
ritenere, anche in questo caso, un evidente e reiterato rimando alla
croce cristiana.
Un’altra numerosa categoria di epitaffi cimiteriali
ci presenta il segno della croce uncinata associata ad altri simboli
appartenenti al patrimonio iconografico paleocristiano: colombe, rami di
palma, monogrammi costantiniani e croci monogrammatiche, talvolta
complete delle lettere apocalittiche alfa e omega, croci greche, etc. Un
ricco repertorio figurativo che accompagna i testi e le formule
epigrafiche e ne suggella, anche dal punto di vista iconografico,
l’appartenenza dei defunti alla comunità dei fedeli in Cristoxi. Vale la
pena ricordare qualche esempio di epitaffio tra i più caratterizzanti,
come quello dedicato dai genitori a Vitalione, karo filio dulcissimo
(ICUR I, 2878), o quello di C. Cartorius Olympus, il piccolo cristiano
vissuto sei anni, un mese e otto giorni che i genitori ricordano anche
in questo caso con la consueta formula filio dulcissimo (ICUR III,
8806). A Domitilla una madre depone il proprio figlio Decentius (ICUR
III, 6644) e completa l’epitaffio con l’immagine duplicata della croce
gammata, mentre a Pretestato un tale Licinius provvede alla sepoltura
della moglie Giustina e fa apporre, anche in questo caso, due figure di
croci uncinate accompagnate dalla formula abbreviata in agape (ICUR V,
14383). Tra le formule augurali di riposo in pace risaltano quella
dedicata ad un Marcello (ICUR III, 8790), morto alla veneranda età di 85
anni e con alle spalle ben 35 anni di matrimonio (qui il simbolo della
svastica è affiancato dal monogramma cristologico formato dalle lettere
greche chi e ro, meglio conosciuto come monogramma costantiniano), o
l’iscrizione di un tale Leone, con svastica e - accanto – figura di
orante allusiva allo stesso defunto ora salvo nella beatitudine celeste
(ICUR III, 8987); o ancora quella dedicata alla sorella Coeonica, dove
il simbolo gammato è affiancato dall’immagine della colomba che reca un
ramoscello d’ulivo nel becco (ICUR IV, 12591) e quelle di Lucilla, dal
cimitero di Ciriaca o S. Lorenzo attualmente custodita ai Musei Vaticani
(ICUR VII, 19043), con svastica e monogramma costantiniano; di Ulpia
Sirica nella catacomba di S. Agnese (ICUR VIII, 21349), dove la defunta
appariva probabilmente riprodotta in una figuretta in opus sectile, ora
perduta, accanto al simbolo della croce uncinata, e, da ultimo, a
Pretestato quella di Salutius (ICUR V, 14617), con svastica affiancata
dalla formula abbreviata cum pace. L’alta mortalità infantile
nell’antichità è riscontrabile nei numerosi epitaffi che ricordano la
prematura scomparsa dei bambini e dai quali traspare lo sgomento dei
genitori; in essi compare spessissimo l’annotazione degli anni vissuti,
il più delle volte accompagnata dalla consueta e stereotipata
specificazione dei mesi, dei giorni e talvolta persino delle ore. Oltre a
quelli già citati, due in particolare sono degni di menzione: il primo,
proveniente forse da Priscilla (ICUR VIII, 23201), della bambina
Domitia Iuliana vissuta quattro anni, dieci mesi e sei ore, morta
durante la notte di un 15 marzo. Anche in questo caso, come per il
succitato ICUR IV, 12591, la croce uncinata è accompagnata da una figura
di colomba con ramoscello d’ulivo nel becco. La seconda ricorda il
bambino Sozon, morto all’età di nove anni, al quale i genitori chiedono
di pregare per loro dall’aldilà. Qui la croce gammata è accompagnata dal
classico monogramma costantiniano (ICUR IX, 24492).
Anche la
pittura cimiteriale romana ci riserva due eccezionali esempi che
riguardano la tematica qui trattata. Il primo lo troviamo al sesto
miglio della Via Portuense, nella catacomba di Generosa, scoperta nel
1868 da Giovanni Battista de Rossixii. Il monumento ospita un arcosolio,
verosimilmente databile alla seconda metà del IV secolo. Sulla parete
esterna destra appare affrescata una scena bucolica: un pastore stante
tra due pecore, con, nella mano destra una syrinx, lo strumento musicale
fatto di canne, detto appunto siringa o flauto di Pan dal noto mito
classico. Indossa abito e calzature tipici dei pastori: una tunica corta
cinta, senza però la classica mantellina chiamata alicula, e, ai piedi,
le cosiddette fasciae crurales (bende che fasciavano le gambe a loro
protezione e che arrivavano fin sotto al ginocchio, simili ai
calzettoni). Le estremità inferiori della tunichetta, poco sopra gli
orli, sono decorate con due grandi svastichexiii. Il secondo esempio,
purtroppo quasi interamente perduto per i tentativi maldestri di
distacco dell’affresco nel corso del XVIII secolo, di cui però
fortunatamente ne abbiamo il disegno, è documentato nella catacomba di
Domitilla, sulla Via Ardeatina. Si tratta del noto cubicolo del fossore
Diogene, all’interno del quale l’affresco della lunetta che ha dato il
nome al cubicolo stesso presentava la figura di Diogene, il cui nome si
leggeva in una tabula inscriptionis ansataxiv sulla fronte
dell’arcosolio. Il personaggio, che prestava probabilmente servizio a
Domitilla come operaio appartenente a questa corporazione di lavoratori
addetti all’escavazione e alla manutenzione dei cimiteri ipogei
comunitari, è raffigurato in abito da lavoro: tunichetta e alti calzari.
Tiene nella destra un piccone e nella sinistra una lucerna. In terra si
notano altri strumenti di lavoro per l’escavazione dei sepolcri:
dolabra fossoria, (attrezzo simile alla gravina, con manico in legno, il
cui ferro ha la doppia funzione di zappa e piccone), ascia, compasso.
Anche in questo caso, come nel precedente, la tunica è ornata con due
grandi svastiche nella parte inferiore.
Un’ultima considerazione va
riservata alla scoperta di una catacomba in provincia dell’Aquila nel
luglio 1943, nella località Castelvecchio Subequo (Superaequum, l’antica
città dei Peligni). Padre Antonio Ferrua, che studiò il monumento
ipogeo, così descrive l’apparizione del simbolo in esame su un loculo
del cimitero: “A sinistra in basso (…) è tracciata con istecca sulla
calce fresca una bella croce uncinata alta cm. 16, con le gamme volte a
sinistra”. Come ricorda lo stesso Ferrua l’eco della scoperta destò
persino la curiosità, non priva di suggestione, di alcuni militari
germanici che si trovavano di stanza nella suddetta localitàxv.
La croce gammata
nelle altre classi artistiche
paleocristiane
Proprio i sarcofagi palestinesi di epoca greco-romana, contrariamente
alla convinzione del Brown sull’assenza del simbolo della svastica in
Palestina, presentano nella decorazione delle casse, accanto ad un
copioso utilizzo di motivi geometrici, festoni, rosette, ghirlande e
temi floreali, anche figure di svastiche. E tali croci gammate le
ritroviamo, ad esempio, in epoca precostantiniana riprodotte su alcune
lucerne cristiane di Beit Nattif (Scefela) in Palestina. Scavi del 1934
in questo sito, che hanno riguardato la ripulitura di due cisterne
antiche, hanno restituito alcune lucerne decorate con svastiche e motivi
vegetali e geometrici. Sorprendente fu anche la scoperta a Beit Jibrin,
villaggio palestinese situato a 21 km a nordovest della città di
Hebron, della grotta di Kh.el’-Ain della fine del III sec. (trasformata
successivamente in colombario), con svastiche e croci varie, che
l’archeologo Padre Bellarmino Bagatti ritenne “testimonianza della
chiesa primitiva di Beit Gibrin e nello stesso tempo della persecuzione
che infierì su di essa”, datando tutti i materiali ad età
precostantinianaxvi.
Ulteriori testimonianze riguardanti la
categoria dello instrumentum domesticum ci vengono da un accurato studio
del 1984, che ha iniziato la catalogazione della collezione di lucerne
conservate nel Museo Oliveriano di Pesaro, col supporto del prezioso
manoscritto n. 286 corredato delle tavole descrittive delle lucerne
cristiane che l’illustre enciclopedico settecentesco Giovanni Battista
Passeri (1694-1780) lasciò alla biblioteca pesarese. In alcune delle
tavole del Passeri pubblicate dalle studiose si notano in particolare
due lucerne che recano sul fondo la classica figura di una svastica con
le gamme in senso orarioxvii. Infine la scultura paleocristiana ci
restituisce nella Milano capitale dell’impero, dunque in piena età
teodosiana, uno fra i più interessanti esempi di plastica funeraria. Ci
riferiamo al cosiddetto sarcofago di Stilicone, conservato nella
basilica milanese di S. Ambrogioxviii. Qui è sufficiente evidenziare, ai
fini del nostro discorso, il lungo fregio nella parte apicale che
corre, senza soluzione di continuità, lungo i quattro lati della cassa
marmorea e che presenta alternativamente motivi vegetali (forse rosette o
palmette stilizzate) e figure di svastiche. Ma non è da escludere, a
nostro avviso, sebbene il de Rossi considerasse tale decorazione in
questo contesto semplicemente una ripetizione ornamentale, anche un
significato di tipo cosmico (luna e sole che assistono alle due scene
cristologiche rappresentate sui lati lunghi della cassa; in questo caso
la croce gammata rivestirebbe la doppia valenza di primigenio simbolo
solare e croce cristiana), simile a quello che apparirà alcuni secoli
dopo nei magnifici plutei altomedievali della basilica di Santa Sabina a
Romaxix: bellissime croci latine terminanti in volute affiancate da
palmette o alberi della vita e dalle figure stilizzate del sole e della
luna (quest’ultima iconograficamente similare alla figura che sul
sarcofago ambrosiano fa da pendant alla croce gammata). Una composizione
stupefacente questa dei plutei del coro di Santa Sabina che, ancora nel
IX secolo, è capace di rielaborare un simbolismo di tradizione
orientale che intende qui esprimere la partecipazione del cosmo al
trionfo della croce (un suo straordinario antecedente è riscontrabile
nella magnifica scena della porta lignea della stessa basilica, databile
al V secolo, con il trionfo di Cristo e della Chiesa, al quale
partecipa il cosmos, rappresentato con le figure del sole, della luna e
delle stelle)xx.
Il processo evolutivo del simbolismo del signum
crucis e l’assimilazione di iconografie diverse da quella cristiana sono
problematiche, a nostro avviso, ancora non del tutto acclarate e
risolte. Tale tematica è stata egregiamente affrontata nel citato saggio
di Natale Spineto, il quale, acutamente conclude: «(…) la croce [quella
cristiana] si arricchisce ben presto di significati simbolici
differenti. Anche su un piano formale, riprende la croce uncinata,
quella ansata, quella “monogrammatica”. Ne assimila la forma, ma anche,
in qualche misura, i significati, secondo processi storicamente
complessi, la cui portata e le cui mediazioni culturali vanno analizzate
in ogni singolo caso»xxi.
NOTE
i Cfr. E. GOBLET D’ALVIELLA, Cross, in J. HASTINGS (cur.), Encyclopaedia of Religion and Ethics, Edinburgh 1911, 324-330.
ii Si veda in particolare l’intervento di N. SPINETO, Il simbolismo
della croce nelle religioni, in La croce: iconografia e interpretazione
(secoli I - inizio XVI): atti del convegno internazionale di studi,
Napoli, 6-11 dicembre 1999, Napoli 2007, 75-87.
iii G. MARINGER, La
croce come simbolo nei tempi preistorici, in Annali del Pontificio Museo
Missionario Etnologico, 29, 1965, 9-43.
iv RED., s.v. Svastica, in
Enciclopedia dell’arte antica, classica e orientale, VII, 573-574;
SPINETO, Il simbolismo, 86. L’autorevole studioso di epigrafia cristiana
padre Antonio Ferrua così si esprimeva in un suo noto articolo sui
simboli pagani assunti dal cristianesimo primitivo: “Decorativo dovette
essere pure l’uso non raro della croce gammata o svastica, ma che talora
si crede che fosse adoperata come simbolo della vera croce (…), o forse
anche come segno profilattico di misteriosa virtù, quale divenne
certamente presso i pagani, dopo di essere stato dapprima un simbolo
religioso, molto probabilmente solare”. A. FERRUA, Simboli pagani nelle
catacombe cristiane, in Rivista Roma, 19, 1941, 172-173. Per un quadro
ermeneutico e critico dell’iconografia paleocristiana si veda F.
BISCONTI, Temi di iconografia paleocristiana, Città del Vaticano 20072.
Sull’assimilazione e adattamento del simbolismo pagano e di taluni miti
classici nell’arte cristiana e nell’esegesi patristica si veda inoltre,
G. BIAMONTE, Dal segno pagano al simbolo cristiano, in Studi e materiali
di storia delle religioni (= SMRS), 58, 1992, 93-123; ID., Il mito di
Ulisse e le Sirene: un supposto fenomeno di continuità fra tradizione
pagana e simbolica cristiana, in Bessarione, Quaderno n. 11, 1994, pp.
53-80.
v SPINETO, Il simbolismo, 87.
vi IGNATIUS ANTIOCHENUS,
epistula ad Ephesios 9, 1: Sources Chrétiennes (= SCh) 10, 76; epistula
ad Trallianos 11, 2: SCh 10, 118 s.
vii Un argomento molto dibattuto
questo del culto solare in età imperiale che ci conduce direttamente
alla famosa visione costantiniana e all’istituzione della festività del
Natale, tra il 325 e il 330, sostitutiva del dies natalis invicti Solis.
Convincenti appaiono le considerazioni di Giuliana Calcani sugli eventi
straordinari collegati alla visione costantiniana della battaglia di
Ponte Milvio, che vanno letti, secondo la studiosa, “nel senso della
continuità e non certo del distacco con la tradizione romana”. Cfr. G.
CALCANI, La pratica divinatoria e la visione della croce in Costantino,
in La croce, 223-230 (ivi ulteriore bibliografia). Una circostanziata
analisi dei fatti che ridimensiona le posizioni di coloro che vedrebbero
in Costantino il liquidatore del paganesimo e nell’editto di Milano,
che rese finalmente il cristianesimo religio licita, la rovina
dell’impero romano.
viii Sulle catacombe di Roma si veda L. DE SANTIS-G. BIAMONTE, Le catacombe di Roma, Roma, Newton & Compton Editori, 1997.
ix Cfr. ICUR II, 4454; ICUR III, 7300, 7303; ICUR IV, 10756, 11010,
12415; ICUR V, 14169, 15186, 15349; ICUR VI, 16934, 17377; ICUR VII,
19896; ICUR VIII, 21576; ICUR IX, 24628; ICUR X, 26956.
x FERRUA, Simboli, tav. XLIII, fig. b.
xi Cfr. ICUR I, 1647, 2056; ICUR II, 5529; ICUR III, 7653, 8097, 9339;
ICUR IV, 10936; ICUR VII, 18892, 19888, 20675; ICUR VIII, 21961, 23371;
ICUR IX, 24146, 24343, 24344, 25579; ICUR X, 26601.
xii G.B. DE ROSSI, Bullettino di Archeologia Cristiana, 1868, 87-91.
xiii Molto di frequente pittura e mosaici ci documentano l’utilizzo in
antico di inserti ornamentali cuciti sulle vesti e sopravvesti (tunica,
pallio, clamide, ma anche sul vestiario liturgico): orbiculi, patagia,
tabulae, clavi, gammadiae.
xiv diogenes fossor in pace depositvs octabv kalendas octobris. ICUR III, 6649.
xv A. FERRUA, Di una piccola catacomba a “Superaequum dei Peligni”, in
Rivista di archeologia cristiana, XXVI, 1950, 53-83, fig. 1.
xvi P.
B. BAGATTI, Resti cristiani in Palestina anteriori a Costantino?, in
Rivista di archeologia cristiana, XXVI, 1950, 123-124, tav. 14-15.
xvii M. T. PALEANI-A. R. LIVERANI, Lucerne paleocristiane conservate nel
Museo Oliveriano di Pesaro I, Roma 1984, 91, tav. XI n.2; 97, tav. XVII
n.2.
xviii F. RE, Sarcofago cosiddetto di Stilicone, in “Milano
capitale dell’impero romano 286-402 d.c.”, Milano 1990, 134; M.
DALL’AGLIO, I sarcofagi tra III e IV secolo d.c.: problemi di
iconologia. Tesi di dottorato di ricerca, Università di Bologna, 2008,
80-81.
xix F. DARSY, Santa Sabina, Roma 1961.
xx Numerosissimi
gli esempi della partecipazione cosmica alla rappresentazione della
crocifissione cristiana in P. TESTINI, Arte mitraica e arte cristiana.
Apparenze e concretezza, in Mysteria Mithrae: atti del seminario
internazionale su”La specificità storico-religiosa dei Misteri di
Mithra, con particolare riferimento alle fonti documentarie di Roma e
Ostia”, Roma e Ostia 28-31 marzo 1978, Leiden : Brill, 1979, 429-454.
xxi SPINETO, Il simbolismo, 87.
Articolo letto: 661 volte (05 Agosto 2011)